Sport e visita con cardiologo, un controllo fondamentale prima di iniziare

cardiologo e sport

Svolgere una costante attività fisica è un toccasana per la salute dell’organismo: praticare uno sport che permetta al fisico di irrobustirsi e di tenersi in periodico movimento, infatti, è una scelta in grado di contribuire ad elevare in maniera significativa lo stato di benessere di tutto il corpo. Fare sport è inoltre una delle migliori soluzioni per scaricare tossine, per bruciare i grassi superflui e per mantenere in allenamento costante i muscoli e gli organi più importanti.
Lo sport è anche una delle chiavi utili a determinare il corretto e sano sviluppo del bambino: introdurre i più piccoli allo sport, incoraggiandoli alla pratica di diverse discipline per tutta l’età dello sviluppo, infatti, abitua i bambini allo svolgimento di un’assidua attività fisica, facilitandone la crescita.
Fondamentale anche dopo l’età dello sviluppo, la pratica di una disciplina sportiva rimane, come detto, molto importante anche per gli adulti: svolgere uno sport in linea con le proprie attitudini fisiche e mentali, infatti, è la miglior soluzione possibile per mantenersi giovani e in forma.
Prima di intraprendere un qualsiasi percorso sportivo, però, è necessario sottoporsi ad un attento controllo di un medico esperto in cardiologia sportiva, il quale è chiamato a verificare che la disciplina scelta dal proprio paziente sia compatibile con le caratteristiche e lo stato di salute del suo organismo.
Contrariamente a quanto in molti sono soliti a sostenere, l’ottenimento dell’idoneità sportiva dal cardiologo non è necessario solo per quanti svolgono un’attività sportiva presso centri specializzati: lo screening medico, infatti, deve avere luogo anche per tutti coloro i quali desiderano intraprendere un percorso sportivo individuale basato su attività come footing, atletica, ciclismo e aerobica.

Sport e bambini: la visita cardiologica prima di iniziare

La visita cardiologica, dunque, deve rappresentare il primo capitolo di qualsiasi percorso sportivo: lo svolgimento di una visita completa di elettrocardiogramma è richiesta, in maniera particolare, ai bambini e a quanti si approcciano alla pratica di uno sport per la prima volta. La visita cardiologica pediatrica, in particolare, rappresenta uno strumento di controllo di primaria importanza per verificare che la struttura cardiaca del bambino sia del tutto idonea a sostenere lo sforzo comportato dall’attività fisica prescelta.
Una visita completa permette, dunque, di accertarsi che non sussistano condizioni tali da rendere sconsigliabile lo svolgimento di una pratica sportiva: gli esami di routine, in particolare, permettono di identificare eventuali aritmie e malformazioni e di verificare la resistenza del muscolo cardiaco sotto sforzo.
Non svolgere questo controllo può rivelarsi una decisione avventata: avviare un percorso sportivo, soprattutto se molto intenso, sconoscendo le effettive condizioni del proprio cuore, può infatti determinare conseguenze molto gravi per la salute dell’atleta.

Sportivi e persone attive: l’elettrocardiogramma per valutare la salute del cuore

La visita con cardiologo completa rappresenta anche uno degli elementi più importanti del percorso di prevenzione che deve essere proprio di tutti gli sportivi. L’accurato controllo di uno specialista, infatti, non deve avvenire solo propedeuticamente all’avvio di una nuova pratica sportiva, ma deve ripetersi periodicamente: solo così, infatti, è possibile monitorare in maniera costante e realmente scrupolosa la salute dell’intero complesso cardiaco, verificando eventuali evoluzioni di uno stato sospetto o patologico e creando i presupposti per intervenire per tempo in caso di necessità.
Trascurare i necessari controlli periodici può essere altamente nocivo per la salute di un atleta, che tende a sottoporre il proprio organismo a sforzi ripetuti e intensi.

Come si svolge una visita cardiologica

La visita dal cardiologo è l’accertamento mediante il quale è possibile rilevare la presenza di patologie dei vasi sanguigni, di cardiopatie, scompensi cardiaci e valvulopatie. Sovente questo genere di prestazione viene accompagnato dallo svolgimento di un elettrocardiogramma, che permette di fornire un quadro ancora più approfondito dello stato di salute dell’intero complesso cardiaco. Oltre ad essere parte integrante del percorso di prevenzione al quale tutti, sportivi e non, devono sottoporsi, la visita cardiologica è anche il primo strumento di indagine utile a tracciare un quadro diagnostico chiaro in tutti i soggetti che denuncino sintomi quali dispnea, dolori toracici, svenimenti, capogiri, palpitazioni e astenia.

Insufficienza cardiaca: l’aiuto dell’ecografia al cuore

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L’insufficienza cardiaca è una condizione patologica, diagnosticabile attraverso un’ecografia cardiaca, nella quale si riscontra l’incapacità del muscolo di pompare nell’organismo una quantità di sangue sufficiente.
Questa condizione si verifica nei casi in cui il cuore subisce un indebolimento al quale segue un abbassamento della forza contrattile: quando si riscontra un’insufficienza cardiaca, si manifesta una più o meno consistente diminuzione della capacità di eiezione dei ventricoli ed un calo della gittata sanguigna.
La conseguenza più immediata di questa particolare condizione fisica è la carenza di ossigeno e nutrienti nei tessuti periferici.Non sono pochi i campanelli d’allarme che possano lasciar intuire la presenza di una patologia come l’insufficienza cardiaca: in questo senso, infatti, sono segnali comuni e sempre degni di particolare considerazione la dispnea, il gonfiore agli arti inferiori e un generale senso di stanchezza.

Il livello di incidenza di questa patologia cambia radicalmente in funzione della storia clinica e dell’età di ogni paziente: prima dei 65 anni la percentuale di soggetti interessati da questa condizione è inferiore all’1%, mentre dopo i 65 anni d’età l’incidenza sale al 4%. Questa percentuale tende a risultare ancora più elevata e a raggiungere il 45% se il paziente ha già dovuto affrontare un infarto.
I vari tipi di insufficienza cardiaca vengono classificati in funzione della frequenza e dell’intensità con cui i sintomi tendono ad interessare il paziente o in base alla sezione del cuore nella quale è possibile collocare l’epicentro del problema. Si definisce, per esempio, “acuta” l’insufficienza cardiaca che comporta attacchi con picchi di dispnea, dolore al torace, gonfiore e palpitazioni, mentre viene definita “cronica” la condizione di soggetti la cui sintomatologia, seppur simile a quella elencata precedentemente, si presenta in forma più lieve, ma costante.

L’insufficienza cardiaca può essere riconosciuta anche come “destra” o “sinistra” in relazione al lato del cuore interessato dal problema.

Cause principali dell’insufficienza cardiaca

Di solito, l’insufficienza cardiaca è una condizione patologica che non dipende da una sola causa scatenante ma che, al contrario, tende a presentarsi nel caso in cui si sovrapponessero più concause.
Tra i fattori di rischio che più comunemente sono considerati determinanti ai fini dello sviluppo della malattia è possibile citare l’ipertensione, la presenza di malattie coronariche, cardiopatie ischemiche, cardiomiopatie, anomalie del ritmo cardiaco, patologie delle valvole del cuore, miocardite, diabete, anemia, iper o ipotiroidismo, enfisema, lupus erimatoso sistemico e fattori generici quali l’abuso di alcool, farmaci e droghe, chemioterapia, o infezioni.

I sintomi dell’insufficienza cardiaca

Un generale senso di astenia, accompagnato a qualche difficoltà respiratoria si presenta nella maggior parte dei casi: questi sintomi sono da tenersi in considerazione soprattutto nel caso in cui il paziente tenda a riscontrarli anche in condizioni di sforzo non particolarmente intenso.
Sono campanelli d’allarme da non sottovalutare fenomeni di tosse cronica, disappetenza, nausea, perdita repentina e ingiustificata di peso e tachicardia.

Come diagnosticarla

Nel processo diagnostico propedeutico all’accertamento di questa patologia, l’ecografia al cuore gioca un ruolo di fondamentale importanza. Solitamente questo tipo di accertamento deve essere preceduto dalle analisi del sangue, che permettono, già a monte, di verificare con esattezza quale sia l’effettivo stato di salute delle tre regioni fondamentali del cuore: l’endocardio, il miocardio e il pericardio.

L’ecografia cardiaca permette di completare e ottimizzare il percorso diagnostico, in quanto questo particolare screening per immagini permette di ottenere un quadro con un elevatissimo livello di dettaglio delle condizioni di tutto il complesso esaminato.
L’ecografia al cuore è un esame del tutto indolore, non invasivo e non richiede una particolare preparazione: nella maggior parte dei casi non è richiesto nemmeno che il paziente si presenti all’appuntamento con il medico a digiuno.

Lo svolgimento dello screening è piuttosto rapido: di solito l’esame si conclude entro 10/15 minuti: per effettuare la procedura di indagine clinica, è necessario che il paziente si stenda a petto nudo su un lettino, lasciando che l’ecografista posizioni sul distretto corporeo da analizzare alcuni elettrodi.
Successivamente, avvalendosi di un’apposita sonda ad ultrasuoni sarà possibile visualizzare le immagini del cuore e delle sue strutture principali mediante un monitor collocato nelle immediate vicinanze dello specialista.
Non esistono particolari controindicazioni che rendano sconsigliabile lo svolgimento dell’ecografia cardiaca.

Asma allergica: quando fare una radiografia torace

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L’asma allergica è una patologia che interessa l’apparato respiratorio e che viene innescata da alcuni allergeni specifici, quali polvere, acari o peli di animali.
Solitamente l’asma allergica si presenta con episodi intermittenti o cronici di disturbi quali difficoltà respiratorie, sovrapproduzione di mucosa bronchiale e tosse.
La malattia, che può intaccare in egual misura sia i bambini che gli adulti, tende a palesarsi anche con sintomi piuttosto evidenti, come dispnea, respiro sibilante e tosse persistente.
Questa condizione accomuna circa 2,6 milioni di italiani, pari ad una percentuale vicina al 5% della popolazione totale. Uno dei tanti modi per diagnosticarla, è sicuramente optare per una radiografia torace.

Altri tipi di asma

L’asma, che a seconda della gravità, della frequenza e delle caratteristiche dei sintomi, può essere classificata come intermittente, leggera, moderata o grave, può avere, di soggetto in soggetto, peculiarità molto diverse: si tende a definire “instabile” la condizione di pazienti che palesano una variazione dei valori di FEV1 dalla mattina alla sera o da un giorno all’altro, mentre si classificano come fenomeni “da sforzo” quelli che coinvolgono un pubblico dinamico che sperimenta episodi asmatici successivamente ad un carico di lavoro intenso.
L’asma può dipendere da una patologia cardiaca o essere innescata, soprattutto tra le donne, da fattori di carattere ormonale.

Quali sono i sintomi dell’asma allergica

I sintomi più diffusi dell’asma allergica sono, naturalmente, la respirazione affannosa ed il respiro incerto e sibilante. Comuni a buona parte dei soggetti affetti dalla patologia sono anche i disturbi del sonno, il senso di pesantezza sulla parte centrale del torace e la tosse secca. Alcuni pazienti palesano inoltre delle difficoltà nello svolgimento di attività aerobiche mediamente impegnative.

Cosa fare in caso di crisi respiratoria

I soggetti affetti da asma allergica cronica imparano col tempo a riconoscere tempestivamente i sintomi in grado di lasciar presagire l’imminenza di un attacco: essere sensibili a questi segnali può essere utile a predisporsi in maniera ottimale alla crisi e ad adottare le necessarie contromisure. Nella maggior parte dei casi, è utile avvalersi del farmaco da inalazione prescritto dal proprio medico curante per contrastare gli effetti più dirompenti dell’attacco con immediata efficacia.
A monte, naturalmente, è utile prevenire il verificarsi di questi episodi rimanendo il più possibile lontani dai fattori di rischio in grado di innescarli: è opportuno, quindi, per i soggetti allergici, tenersi al riparo da polvere, acari e animali domestici. Per i pazienti soggetti ad attacchi acuti, è molto utile tenere sempre a portata di mano, oltre al farmaco da inalare e al DPI, anche il numero di telefono del proprio medico curante.

Quali sono le cause dell’asma allergica

A determinare la maggior parte delle crisi asmatiche è la sottoposizione del soggetto affetto dalla malattia ad allergeni di carattere generalmente proteica contenuti in agenti volatici e facili da inalare. Tra gli allergeni più comuni figurano polvere, polline, peli di animali, acari e insetti in genere.

Come curare l’asma allergica: radiografia torace per diagnosticarla

L’asma allergica è una patologia che tende a diventare cronica ma con la quale è possibile convivere senza particolari difficoltà. Una volta diagnosticata la malattia mediante un accurato controllo medico che prevede lo svolgimento di una radiografica toracica, infatti, è possibile tenere sotto controllo gli effetti della patologia mediante una cura farmacologica specifica.
Lo svolgimento di una rx torace rappresenta un momento fondamentale del processo diagnostico: lo screening si svolge in maniera del tutto indolore e piuttosto veloce. E’ necessario che il paziente si posizioni su un lettino a torace scoperto esponendosi all’azione diretta di un apposito scanner, in grado di fornire al medico radiologo un’immagine chiara ed esaustiva dello stato di salute dell’intero complesso esaminato.
La radiografia al torace sfrutta l’efficacia dei raggi X per offrire un quadro dettagliato delle condizioni di polmoni, bronchi, trachea, cuore, vasi sanguigni, vertebre e coste. In caso di gravidanza lo svolgimento di questo tipo di accertamento deve essere opportunamente concordato con il proprio medico.

Il trattamento farmacologico al quale viene sottoposta buona parte dei soggetti asmatici si basa sull’impiego di broncodilatatori e corticosteroidi nebulizzati, che permettono di allargare le vie respiratorie, contrastando in breve tempo gli effetti dell’asma. Nei casi più gravi si fa ricorso a farmaci antileucotrienici, che garantiscono sovente maggiore rapidità d’azione ma che comportano una gamma più estesa di effetti collaterali.
Cura e prevenzione possono includere anche terapie desensibilizzanti mediante le quali si stimola la risposta immunitaria del soggetto agli allergeni, riducendo così sia il numero che la gravità degli episodi asmatici più acuti.

Steatosi epatica: quando l’ecografia al fegato diventa necessaria

steatosi epatica ed ecografia al fegato

La steatosi epatica, patologia definita e nota anche come “sindrome del fegato grasso”, è una condizione degenerativa che interessa il complesso epatico e che scaturisce generalmente da un anomalo accumulo di trigliceridi negli epatociti.
La maggior parte dei casi di steatosi epatica risulta curabile con successo mediante diete apposite da affiancarsi ad una scrupolosa terapia farmacologica consigliati dal medico dopo un’ecografia fegato: solo una sparuta percentuale pari a circa il 7,5% dei casi complessivi tende ad evolversi in cirrosi epatica. Questa percentuale cresce ulteriormente nei soggetti che fanno abuso di bevande alcoliche.
Tra le disfunzioni possibili che si legano alla manifestazione della sindrome del fegato grasso si riscontrano casi di infiammazioni epatiche con conseguente degenerazione fibrosa.

La comparsa di questa patologia, nei casi non determinati dall’abuso di alcol, si presenta in maniera più frequente sui soggetti obesi, con percentuali fino al 74%, e tende ad associarsi comunemente a malattie quali la dislipidemia ed il diabete di tipo II.
Sono decisamente più basse le percentuali di incidenza riscontrate sui soggetti sani o in età puerile: la diffusione della steatosi epatica nella sua forma più grave, denominata con l’acronimo NASH (Non Alcoholic Steato-Hepatitis)e in grado di causare la successiva formazione di una cirrosi epatica, è fortunatamente ancor più limitata.

Cause principali del fegato grasso

I fattori di rischio in grado di causare la malattia possono essere molteplici: tra le più comuni cause della steatosi epatica è possibile citare la sottoposizione del soggetto ad agenti tossici esogeni, come alcune molecole contenute nei farmaci, negli steroidi e negli alcolici. Alla base della comparsa della malattia possono porsi anche condizioni patologiche collaterali, come deficit nutrizionale e dislipidemia. Naturalmente tra i fattori di rischio più importanti figura anche l’obesità: è facile intuire, infatti, che la tendenza ad assumere uno stile di vita errato può ripercuotersi in maniera molto evidente sulla salute del soggetto, agevolando l’avanzare della malattia.

Steatosi epatica: i sintomi

La gamma di sintomi che può accompagnarsi al presentarsi della steatosi epatica è piuttosto ampia e parecchio eterogenea: tra le implicazioni più diffuse figura l’inspessimento del fegato, unito ad un dolore localizzato appena sotto le coste di destra.
Su alcuni soggetti è possibile riscontrare ittero, ingrossamento della milza ed incremento delle transaminasi. A livello chimico si riscontrano inoltre delle variazioni nei tempi di coagulazione del sangue, che possono a loro volta porsi alla base della comparsa di ulteriori disturbi collaterali.

Diagnostica della steatosi: l’ecografia epatica

L’ecografia al fegato è l’esame diagnostico a cui fare riferimento per identificare in maniera precisa e tempestiva eventuali patologie epatiche ed avviare, di conseguenza, un percorso terapeutico mirato ed efficace.
Lo svolgimento dell’esame non è dissimile dalla maggior parte degli altri screening di tipo ecografico: di conseguenza, l’ecografia epatica non è da considerarsi né dolorosa, né invasiva. L’impiego di ultrasuoni, in luogo dei pericolosi raggi X, scongiura inoltre la comparsa di successive conseguenze negative per la salute del paziente.
Per sottoporsi ad un’ecografia al fegato, il paziente deve sdraiarsi su un lettino, lasciando scoperta all’azione dei macchinari la propria sezione addominale: su questo distretto si concentra anche l’azione del medico radiologo, che impiega una speciale sonda per scandagliare il complesso esaminato.
Questo tipo di screening può essere fortemente condizionato dall’anomala ed eccessiva presenza di gas intestinali: per questo motivo, nei tre giorni precedenti allo svolgimento dell’esame la dieta del paziente non dovrebbe includere alimenti in grado di generare fenomeni di meteorismo e flatulenza. Sono pertanto banditi latticini, verdure, tuberi, legumi, formaggi e fibre in genere.
La dieta è un elemento fondamentale anche nell’ambito del processo di cura del paziente per il quale è stata accertata una condizione patologica legata alla steatosi epatica: i soggetti affetti da questo disturbo, quindi, sono tenuti a curare in maniera scrupolosa la propria alimentazione, riducendo il consumo di alcol, caffeina e teina, di bibite zuccherate, di fritture e dolci. Occorre inoltre dare luogo, nella maggior parte dei casi, ad una consistente riduzione calorica e al taglio dei consumi di tutti gli alimenti che contengono additivi alimentari, glucidi e grassi saturi.
E’, al contrario, opportuno l’incremento dell’apporto giornaliero di fibre, di antiossidanti e di sostanze in grado di depurare il fegato, quali l’acido ascorbico, la cinarina, la silimarina e i polifenoli.
Fondamentale è, infine, sostituire i farmaci epatotossici contenuti nel proprio eventuale programma terapeutico con altri medicinali non dannosi per il fegato.

Deficit d’attenzione e iperattività: l’aiuto del neurologo

ADHD neurologo

Il deficit di attenzione e l’iperattività, disturbi riassunti anche con l’acronimo ADHD, sottendono una patologia evolutiva dell’autocontrollo, che comporta nel soggetto interessato la difficoltà nel mantenere alto il livello di concentrazione e nel controllare il proprio livello di attività. Il concreto aiuto di un neurologo può essere molto utile in questo caso.
Generalmente, questo problema tende a derivare da un’incapacità del soggetto di provvedere autonomamente alla regolazione del proprio atteggiamento in funzione del trascorrere del tempo, di un obiettivo da raggiungere o del contesto ambientale che lo circonda.
E’ opportuno rimarcare, inoltre, che l’ADHD non è un disturbo da inquadrare come una normale ed inevitabile tappa del processo di crescita, né la risultanza di un’errata educazione, ma una patologia vera e propria.I segnali che possono suggerire la presenza del deficit di attenzione si riscontrano quando si palesa un’evidente difficoltà del paziente a prestare attenzione o a proseguire la stessa operazione per un periodo di tempo relativamente esteso. In questi casi si riscontra anche un atteggiamento tendenzialmente sbadato, distratto e disorganizzato. Durante le lezioni scolastiche, i bambini affetti da ADHD manifestano inoltre un apparente disorientamento rispetto al contesto che li circonda, soprattutto in tutti i casi in cui sono chiamati a svolgere operazioni noiose o ripetitive.
I bambini iperattivi, invece, tendono a manifestare la loro condizione con azioni eccessivamente esuberanti, con la tendenza ad interrompere in maniera frequente il proprio interlocutore e a parlargli con un tono di voce particolarmente elevato, o giocando in modo rumoroso o irruento.

Questa sindrome colpisce mediamente una percentuale compresa tra il 3 ed il 7% dei bambini in età scolare ed il 4,5% dei soggetti adulti. Il deficit d’attenzione e l’iperattività affliggono soprattutto la popolazione di sesso maschile.

ADHD negli adulti

Attualmente si stima che una media del 45/50% dei pazienti afflitti da ADHD in età infantile tenda a prolungare, anche solo parzialmente, gli effetti di questa sindrome anche in età adulta. Si stima, in particolare, che il numero di adulti affetti dalla patologia sia inferiore al 3,5% della popolazione complessiva.

Quali sono le cause principali

Non ci sono ancora studi scientifici in grado di fornire un quadro chiaro ed inequivocabile circa l’origine del deficit di attenzione e dell’iperattività: l’ipotesi più accreditata è che questo disturbo abbia per origine diverse concause, a loro volta assoggettate ad una predisposizione genetica e a fattori di carattere ambientale.
Il disturbo, quindi, ricorre più facilmente nelle famiglie nelle quali risulta accertato almeno un caso clinico di questo genere: si stima che in queste circostanze il rischio di riscontrare nuovi casi di ADHD nelle nuove generazioni tenda a quintuplicare.
Alcune ricerche suggeriscono inoltre, quali fattori di rischio, l’eccessivo consumo di zucchero, un uso smodato di tv, tablet e computer e fattori familiari e sociali sfavorevoli.

Tra le implicazioni della malattia possono figurare difficoltà sociali che possono ripercuotersi sulla carriera scolastica dei più giovani o su quella professionale dei pazienti adulti. I soggetti affetti da ADHD possono inoltre incappare in problemi relazionali con gli altri individui e nel rischio di subire danni fisici dovuti all’impulsività con la quale agiscono. Si stima che i pazienti adulti possano inoltre risultare più soggetti alla dipendenza da alcool e droghe o a disturbi collaterali come ansia, tachicardia, insonnia, disturbi dello spettro autistico, disturbi della condotta, dislessia, epilessia, depressione, bipolarità e disturbi oppositivi provocatori.

Manifestazione della sindrome

Sia nei soggetti in età infantile che negli adulti, l’ADHD tende a manifestarsi attraverso alcuni segnali forti, quali evidente difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, iperattività ed impulsività.

Il ruolo del neurologo

La visita neurologica rappresenta il primo strumento diagnostico mediante il quale risulta possibile fare luce sulla comparsa della patologia e mediante il quale definire un percorso terapeutico efficace.
Pur non essendo del tutto possibile prevenire la malattia, se non evitando durante la gravidanza di sottoporsi a rischi quali l’abuso di alcol o la permanenza in ambienti particolarmente inquinati, la visita neurologica può aiutare a captare per tempo tutti i sintomi e a tracciare una terapia tempestiva.
Con la psicoterapia è possibile trattare una vasta gamma di casi clinici, smorzando con efficacia buona parte degli effetti causati dalla sindrome. Tra le tecniche più comuni figura la terapia cognitivo-comportamentale, che si fonda su un tipo di approccio in grado di aiutare il paziente a modificare il proprio approccio verso operazioni quali l’organizzazione e la programmazione di una serie di compiti, la concentrazione sul lavoro o la gestione di stimoli emotivamente stressanti. Questa terapia aiuta il soggetto affetto da ADHD anche ad accrescere le proprie facoltà di autocontrollo mediante il meccanismo della ricompensa: ogni qualvolta il paziente riesce a controllare la propria rabbia o la propria esuberanza, o a pensare logicamente prima di concludere un’azione, dovrà essere ricompensato o auto-ricompensarsi.
Questa tecnica “abitua” il soggetto, mediante lo stimolo dettato dalla ricompensa, a controllare il proprio assetto emotivo in maniera costante e decisa, riducendo così le conseguenze dannose potenzialmente legate alla sindrome che lo affligge.
Questo genere di terapie trova il proprio completamento nel coinvolgimento costante non solo del neurologo, ma anche della famiglia del soggetto affetto dal disturbo dell’attenzione o da iperattività.

Ipertiroidismo: quanto è fondamentale la visita endocrinologica?

ipertiroidismo visita endocrinologica

La tiroide è uno degli organi più importanti tra quelli situati nella regione frontale del collo: la ghiandola, contraddistinta dalla sua forma tendenzialmente irregolare, ha un ruolo essenziale nella gestione fisiologica dell’organismo, in quanto regola parte dello sviluppo cerebrale e scheletrico, contribuendo in maniera diretta al metabolismo, allo sviluppo della pelle, a quello dell’apparato pilifero e degli organi sessuali.
Posizionata nell’intercapedine tra laringe e trachea, la ghiandola è costituita da due lobi interconnessi da una sezione definita “istmo”. La particolare struttura dell’organo, dunque, conferisce a quest’ultimo un tipico aspetto a forma di “H”. Le misure complessive ammontano a circa 11 centimetri ed il peso è pari a circa 20 grammi: le caratteristiche morfologiche e strutturali possono però risultare alterate, anche in misura piuttosto considerevole, in concomitanza con modificazioni ormonali dovute al progredire dell’età, al sesso o a condizioni particolari quali gravidanza, allattamento, menopausa, ciclo mestruale o pubertà.
Tra le cause che possono modificare la struttura della tiroide figurano anche alcuni fenomeni patologici, come, ad esempio, l’ipertiroidismo, condizione che determina una sovrapproduzione di ormoni tiroidei, dalla quale dipendono svariate conseguenze collaterali. Una visita endocrinologica può aiutare il soggetto a migliorare la situazione.

Cause dell’ipertiroidismo

Quella dell’ipertiroidismo è una condizione che accomuna un gran numero di soggetti, interessando in maniera più particolare le donne di età compresa tra i 20 ed i 40 anni.
Alla base del problema possono porsi cause piuttosto differenti, quali l’iperplasia primitiva diffusa e l’adenoma iperfunzionante: nel primo caso si riscontra la presenza di un surplus di immunoglobuline che, stimolando la tiroide, si combinano con i recettori TSH dando luogo al gozzo e alla sovrapproduzione ormonale; l’adenoma iperfunzionante, invece, determina un accrescimento asimmetrico della ghiandola tiroidea.
Tra le altre cause che possono porsi alla base della comparsa di fenomeni di ipertiroidismo figurano il gozzo multinodulare tossico ed il gozzo nodulare tossico: la prima condizione si manifesta principalmente tra le donne di età superiore ai 50 anni, si sviluppa subdolamente ed è conseguenza di una stimolazione protratta della tiroide causata da una precedente, reiterata ed insufficiente produzione di ormoni tiroidei; il gozzo nodulare tossico si lega invece a fenomeni che causano una sovrapproduzione localizzata.
Infine, anche l’assunzione eccessiva di preparati tiroidei, come quelli impiegati in molti prodotti dietetici, può essere, come l’eccesso di TSH, una delle cause di questa patologia.

Sintomi dell’ipertiroidismo

Sono numerosi i sintomi che possono rendere manifesta la condizione patologica sottesa dall’ipertiroidismo: comune a tutti i quadri clinici è l’aumento del consumo di ossigeno e l’accrescimento della produzione metabolica di calore, che determinano a loro volta iperidrosi, scarsa tolleranza al caldo, magrezza o tremori. In conseguenza all’aumento dell’attività metabolica, il paziente ipertiroideo sviluppa il flusso ematico e la vasodilatazione, che possono comportare l’accrescimento della temperatura corporea. Sono numerosi i pazienti afflitti da gozzo, catabolismo proteico, astenia ed alopecia.
L’ipertiroidismo può condizionare anche l’attività del sistema nervoso e diventare causa, nelle situazioni più gravi, di disturbi psicologici.

Diagnostica: l’utilità dellaa visita endocrinologica

La visita endocrinologica rappresenta il primo fondamentale passo del processo preventivo e terapeutico necessario per la cura dei paziente ipertiroideo.
Per appurare la presenza di una condizione patologica e, parimenti, per verificare i progressi compiuti nel contesto del piano terapeutico di un paziente già sotto cura, è necessario svolgere alcuni accertamenti specifici, da ripetere con cadenza periodica. Tra gli accertamenti da eseguire figurano gli esami del sangue con test del TSH e del dosaggio del T4. In determinate circostanze può essere richiesto anche il dosaggio del T3 e l’integrazione degli esami necessari alla valutazione degli anticorpi tiroidei, della calcitonina, della tireoglobulina e del TBG.
Per un’indagine clinica più approfondita, lo screening può essere completato con un’ecografia al collo, esame radiologico non invasivo in grado di fornire una mappatura esaustiva e dettagliata delle condizioni di salute di tutto il distretto corporeo: la diagnosi avviene in maniera non dolorosa e rapida grazie all’impiego di una sonda in grado di elaborare le immagini del complesso tiroideo e di inviarle estemporaneamente ad un vicino monitor, tramite il quale il medico endocrinologo può completare con precisione la propria indagine clinica.

Come si svolge la visita dall’endocrinologo

Nelle fasi iniziali di una visita endocrinologica, lo specialista chiede al paziente di esporgli in maniera dettagliata tutte le disfunzioni alle quali è soggetto. A questa fase segue, di solito, la raccolta empirica di dati, che include le misurazioni di peso e statura, la verifica della pressione sanguigna ed il rilevamento della frequenza cardiaca.
Una volta raccolti tutti i dati necessari, il medico pratica una palpazione manuale dell’intero complesso tiroideo, verificando la morfologia della ghiandola e la compatibilità della sua conformazione con la patologia del paziente. Al termine della verifica, il medico traccia ed espone la sua diagnosi, prescrivendo, nei casi che lo richiedono, la terapia farmacologica che il paziente dovrà seguire.
Nelle circostanze in cui la visita specialistica non fornisca un quadro dettagliato delle condizioni fisiche del paziente, l’endocrinologo può richiedere lo svolgimento di ulteriori esami come ecografia, risonanza magnetica o TAC.

RMN all’encefalo in caso di ictus: cosa c’è da sapere

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Noto anche con la definizione di “colpo apoplettico”, l’ictus è una patologia che tende a manifestarsi nelle circostanze in cui l’afflusso di sangue diretto al cervello si interrompe o si riduce in maniera drastica. Il deficit di sangue che prelude al verificarsi dell’ictus determina nella maggior parte dei casi la morte delle cellule che compongono il tessuto cerebrale, che si trovano prive di ossigeno.
Gli effetti deleteri dell’ictus rendono questa patologia una condizione alla quale porre rimedio in maniera tempestiva: la rapidità dell’intervento, infatti, è fondamentale per ridurre al minimo i danni cerebrali.
L’ictus si manifesta in forma improvvisa e può essere causato da fenomeni ad esso connessi come un’embolia, una trombosi o un’emorragia cerebrale.
Definire o quantificare le conseguenze di un ictus è un’operazione piuttosto complessa: ogni fenomeno, infatti, tende ad avere ripercussioni diverse da soggetto in soggetto. Infatti, questa condizione patologica ha delle conseguenze direttamente collegate alla sezione del cervello da essa interessata: in seguito ad un ictus si possono, per esempio, riscontrare nel soggetto colpito difficoltà di pensiero e di linguaggio o, in alcuni casi, problemi di mobilità anche permanenti. In questo senso, dunque, la definizione di un piano di riabilitazione efficace e mirato assurge ad un ruolo di primaria importanza. Sono numerosi, infine, i casi in cui l’ictus si rivela mortale.Il tasso di incidenza dell’ictus è piuttosto elevato: si stima che ogni anno siano 200.000 i casi accertati all’interno del nostro paese. Di questi, l’80% è rappresentato da nuovi episodi ed il restante 20% da ricadute.
I fattori di rischio in grado di giocare un ruolo più o meno rilevante nell’insorgenza della patologia sono molteplici: tra i più comuni e deleteri figurano l’abuso di alcool ed il fumo di sigaretta. Sono altresì degni di nota fattori quali la predisposizione del soggetto all’ipertensione ed all’aterosclerosi.
La malattia tende a colpire in maniera più diffusa gli uomini rispetto alle donne.

La risonanza magnetica encefalo in caso di ictus

Esame innocuo e piuttosto efficace, la risonanza magnetica encefalo è un accertamento diagnostico per immagini di estrema importanza nel processo di prevenzione dell’ictus. Esso, infatti, permette di esaminare con grande accuratezza l’intero complesso encefalico, che raduna cervello, tronco dell’encefalo, cervelletto e diencefalo.
La risonanza magnetica all’encefalo conduca a rilevare anzitempo la presenza di condizioni che rendano probabile il verificarsi di un ictus. Parimenti, questo accertamento diagnostico e preventivo è fondamentale nella gestione e nel trattamento di aneurismi, idroencefalite, cisti, encefaliti, emorragie, ematomi ed edemi. All’esame può accompagnarsi la verifica di alcune attività cerebrali specifiche, come quelle connesse all’uso della parola o allo svolgimento di un movimento. Lo screening permette di procedere all’analisi del flusso di sangue nei vasi venosi ed arteriosi.

Oltre che per finalità di carattere preventivo, la risonanza magnetica all’encefalo può essere utile in tutti i casi in cui la comparsa di una specifica sintomatologia possa rendere critico lo stato di salute del paziente. Generalmente si tende ad identificare questi fenomeni con l’acronimo “TIA”, che si riferisce ad una condizione nella quale il paziente palesa una momentanea perdita di coscienza o una transitoria diminuzione delle proprie facoltà motorie e sensoriali: questa circostanza, che si palesa nella maggior parte dei casi in maniera talmente veloce da non provocare la morte delle cellule cerebrali, rappresenta il sintomo più eclatante tra quelli che possono preludere ad un ictus. Si stima che il 30% dei soggetti che hanno subito un TIA sia destinata a scontare le conseguenze di un ictus. Il livello di pericolosità di un ictus non fronteggiato in maniera tempestiva è molto elevato: sono numerosi i casi in cui l’attacco si rivela letale o fortemente invalidante.

Cosa mostra la risonanza magnetica encefalo

La risonanza magnetica encefalo non è un accertamento invasivo: la durata dello screening è solitamente compresa tra i 30 ed i 60 minuti. In alcuni casi può essere richiesta la somministrazione di un sedativo. L’esame può essere svolto anche con mezzo di contrasto ed è sconsigliato per i soggetti portatori di bypass e pacemaker.
Durante lo svolgimento dell’accertamento il paziente deve rimanere disteso su un lettino, lasciando che lo scanner scandagli a fondo tutta la regione cerebrale, elaborando le immagini trasmesse estemporaneamente al medico radiologo attraverso un monitor.
Non vi sono particolari procedure da osservare prima di sottoporsi ad una risonanza magnetica all’encefalo: al paziente è richiesto soltanto di privarsi, prima dell’inizio dello screening, di tutti gli indumenti e gli accessori che contengono parti metalliche, come cinture, bracciali o orologi. Non è previsto il digiuno né prima né in seguito all’accertamento.
I primi risultati possono essere discussi con il medico subito dopo la conclusione dello screening.

I risultati della RM encefalo in caso di ictus

Come qualsiasi risonanza magnetica, anche quella che interessa il distretto dell’encefalo offre al medico, ed indirettamente anche al paziente, un quadro chiaro ed esaustivo dello stato di salute del distretto corporeo esaminato. Di conseguenza, quest’accertamento svolge un ruolo di enorme importanza nel contesto di una valutazione clinica preventiva e terapeutica, fornendo al medico informazioni essenziali alla gestione di ogni caso.

Quando fare la risonanza magnetica al ginocchio?

quando fare risonanza magnetica ginocchia

La risonanza magnetica è un comune accertamento diagnostico che ha lo scopo di favorire l’indagine clinica e di evidenziare la presenza di patologie che interessano il distretto corporeo interessato dallo screening.
Lo svolgimento di una risonanza magnetica non espone il paziente a nessun tipo di rischio: questo genere di esame, infatti, non comporta la sottoposizione del soggetto a radiazioni ionizzanti e garantisce la quasi totale assenza di effetti collaterali.

Anatomia del ginocchio

L’estremo livello di precisione diagnostica assicurato dall’impiego della risonanza magnetica nell’ambito di un processo di screening medico aiuta a fornire un quadro chiaro ed esaustivo della salute di tutti i complessi che compongono l’anatomia del ginocchio. L’articolazione del ginocchio è in assoluto una delle più complesse di tutto l’organismo umano: essa si compone di una coppia di articolazioni complementari che uniscono la coscia e la gamba.
Il ginocchio è quindi formato dal femore, ossia l’osso della gamba che lo collega all’anca; è l’osso più lungo e resistente di tutto l’apparato osseo. Davanti al femore, troviamo la rotula (o patella) che scivola in una scanalatura quando sono eseguiti alcuni movimenti. Seguono la tibia ed il perone: la prima, è il punto d’appoggio del femore, mentre il secondo (parallelo alla tibia) è un sottile osso che funge da collegamento per i muscoli ed il legamento collaterale laterale. Sono presenti, poi, legamenti (crociati anteriori e posteriori, e collaterale mediale e laterale), muscoli (bicipite e quadricipite), tendini e cartilagine.

Nonostante il ginocchio possieda superfici esterne aventi caratteristiche assimilabili alle articolazioni mobili, l’apparato di legamenti che ad esso si connette limita la gamma di movimenti alla sola flessione.

Quando è consigliato fare la risonanza al ginocchio

La risonanza magnetica al ginocchio, dunque, è un esame di estrema importanza per la diagnosi tempestiva di tutte le patologie che possono interessare questo fondamentale distretto corporeo.
Tra le patologie più diffuse che la RM è in grado di palesare figurano:

  • lesioni e danni che interessano, per traumi o invecchiamento, cartilagine e menisco
  • distorsioni o fratture
  • infiammazioni
  • artriti
  • osteomieliti
  • presenza di eventuali versamenti di liquidi (offrendo una visione completa e dettagliata dello stato effettivo di tutti gli elementi strutturali del ginocchio).

Mediante l’ausilio di questo strumento, medico ortopedico e radiologo possono quindi facilmente risalire alla ragione di dolori e sintomi accusati dal paziente, che, nella maggior parte dei casi, consistono in dolore, rigidità, gonfiore e difficoltà di movimento.
Gli effetti di una risonanza magnetica possono essere integrati con l’utilizzo di un liquidi di contrasto, che permette ai macchinari impiegati per lo screening di scandagliare con precisione ancor più elevata tutti i distretti esaminati.

Come si svolge la risonanza al ginocchio

Per lo svolgimento di una risonanza magnetica al ginocchio si fa uso di uno scanner cilindrico che permette di ospitare il paziente disteso su un lettino. Esistono inoltre alcuni macchinari di dimensioni più contenute, in grado di ruotare esclusivamente intorno al distretto corporeo da analizzare: questi ultimi rappresentano la soluzione ideale per ridurre il senso di oppressione solitamente trasmesso dalle apparecchiature classiche.
L’esame ha una durata di poche decine di minuti e prevede, allìinizio della procedura, che il paziente venga fatto sdraiare su un lettino, dopo essersi privato di parte dei propri indumenti e di tutti gli oggetti metallici che porta con sé. Il paziente deve rimanere immobile durante tutto lo svolgimento dell’esame, in quanto ogni movimento, anche se di lieve entità, tende ad invalidare i risultati degli accertamenti, influendo sulla qualità delle immagini.
Nel caso in cui si rendesse necessario l’uso del mezzo di contrasto, questo verrebbe iniettato pochi minuti prima dell’accensione dei macchinari, direttamente dal medico radiologo.
La durata dell’esame varia dai 20 ai 25 minuti.

Per chi necessita una risonanza al ginocchio, è possibile fare riferimento a Medical Imaging, il centro di diagnostica di Curti (Caserta), in cui è possibile trovare alcuni dei più avanzati e tecnologici macchinari oggi in commercio per lo svolgimento di esami diagnostici per immagini.
La struttura collabora con professionisti altamente qualificati ed offre un servizio di elevata qualità e di straordinaria efficienza, che si traduce in tempi d’attesa brevi ed in prestazioni sempre puntuali e precise.
Per prenotare un accertamento presso il centro di diagnostica per immagini Medical Imaging è possibile telefonare allo 0823 843087, compilare il form online o recarsi direttamente in sede, in via Nazionale Appia 28, a Curti (Caserta).

Bronchite: quando fare una radiografia al torace?

Radiografia torace per bronchite

La bronchite è una delle più comuni patologie che interessano l’apparato respiratorio: questa malattia, in particolare, si presenta come uno stato infiammatorio dei bronchi e delle mucose: generalmente si tende a distinguere la patologia in due grandi categorie: bronchite cronica e bronchite acuta. La prima consta di una sintomatologia che tende a perdurare stabilmente per almeno tre mesi all’anno, dopo essersi ripetuta per almeno due anni. Quella acuta, invece, si presenta in forma occasionale, sotto forma di episodio isolato, ed ha per causa una malattia virale, come raffreddore o influenza, uno stato catarrale o una condizione di alterazione batterica. Nello specifico, la bronchite acuta è provocata nel 90% dei casi da un virus e solo 1 volta su 10 da agenti batterici.
Pur interessando sempre alcuni degli organi principali dell’apparato respiratorio, bronchite, broncopolmonite e polmonite sono tre patologie alquanto diverse: la prima, infatti, intacca esclusivamente la mucosa dei bronchi, mentre la polmonite tende a determinare un’infiammazione evidente a livello polmonare. La broncopolmonite, infine, rappresenta l’evoluzione più grave di una polmonite, è causata da batteri, virus o funghi e causa uno stato infiammatorio degli alveoli che si estende al livello dei bronchi e dei polmoni.

Come si manifesta

Tra i sintomi più evidenti tra quelli comuni ai pazienti afflitti da una bronchite, la tosse è senza dubbio il più comune: la necessità di tossire, infatti, è la diretta conseguenza del tentativo di espellere tutto il muco in eccesso che la malattia tende a far depositare nei polmoni. Tra i sintomi più comuni figurano altresì il mal di gola, la congestione nasale, febbre bassa, malessere e produzione di espettorato. Non sono inoltre meno diffusi sintomi quali spossatezza e lievi difficoltà di carattere respiratorio.
Tra le conseguenze comuni della bronchite è possibile annoverare anche dispnea, scarsa ossigenazione e affanno.

Le cause della bronchite acuta sono, come detto, quasi sempre di natura virale: di solito, infatti, un virus infetta l’epitelio dei bronchi e determina un consistente aumento della secrezione del muco, la cui maggior produzione è determinata proprio dall’infiammazione in corso. Nella maggior parte dei casi la patologia si sviluppa durante un’infezione delle vie respiratorie superiori, solitamente dovuta ad un comune raffreddore o ad uno stato influenzale. Come detto, una bassa percentuale di casi di bronchite può essere determinata da un attacco batterico.
I fattori di rischio in grado di determinare la bronchite cronica sono invece in larga parte costituiti dalla alcune cattive abitudini in grado di compromettere lo stato di salute dell’individuo: la prima causa di bronchite cronica, infatti, è rappresentata dal consumo di tabacco e dal fumo delle sigarette. Contribuiscono in maniera significativa alla comparsa delle malattia anche la sottoposizione dell’organismo a fumi irritanti o a polveri nocive. Infine, anche l’inalazione di agenti inquinanti presenti nell’aria ha il suo peso, a lungo andare, nell’eventuale sviluppo della patologia.

Quali conseguenze comporta

La bronchite tende a causare lesioni ed irritazioni più o meno diffuse in buona parte dell’epitelio respiratorio dei bronchi: questa condizione determina un inspessimento delle pareti dei bronchi, connesso ad un contemporaneo rimpicciolimento del lume. In presenza di uno stato patologico, l’accrescimento del numero di cellule nei bronchi e nei bronchioli, unito all’allargamento delle ghiandole della trachea, produce un consistente incremento della secrezione di muco.

Di solito, si tende a trattare l’acuta secondo una logica prettamente sintomatica: la cura, infatti, prevede nella maggior parte dei casi l’impiego di farmaci antiinfiammatori in grado di lenire gli effetti dolorosi causati dal mal di gola e di trattare efficacemente la febbre. Considerando che nel 90% dei casi la causa di una bronchite acuta è virale, non è opportuno sottoporre il paziente anche ad un trattamento antibiotico.
Anche il trattamento della bronchite cronica, che può essere opportunamente prevenuta smettendo di fumare, ha carattere prevalentemente sintomatico e può comportare l’impego anche di agenti come la riabilitazione polmonare, l’intervento chirurgico ed il trapianto di polmoni.
Le infiammazioni, naturalmente, possono essere trattate, soprattutto nei casi meno gravi, con l’impiego di farmaci in grado di ridurre, contrastare o eliminare il broncospasmo. Le forme più lievi di polmonite cronica possono essere gestite anche con l’uso di farmaci mucolitici ed espettoranti, che sono in grado di garantire un piccolo effetto terapeutico, prevenendo la riacutizzazione della malattia.

RX Torace: quando diventa necessaria

L’esame radiologico del torace è un accertamento di grande importanza nell’ambito di una valutazione clinica atta a chiarire l’esistenza di patologie che interessano l’intero apparato respiratorio.
Oltre che per la diagnosi della bronchite, l’esame RX torace è utile per la valutazione di casi di sospette polmoniti, broncopolmoniti e pleuriti. Si fa ricorso a questo accertamento diagnostico anche per individuare ascessi, interstiziopatie, versamenti, lesioni e patologie autoimmuni che interessano il polmone. L’osservazione dello scheletro toracico consente di evidenziare anche un’ampia gamma di malformazioni di questo distretto corporeo e di stabilire in maniera precisa se completare il processo diagnostico mediante TC del torace.

Per lo svolgimento dell’esame, che non ha carattere invasivo e che non comporta alcun tipo di dolore, sono necessari appena 5 minuti: durante l’azione degli scanner, il paziente deve prodursi in una piccola serie di profondi respiri, necessari a permettere un più accurato processo diagnostico in sede di valutazione dei risultati.L’esame non comporta alcun tipo di conseguenza.
I risultati dell’accertamento possono essere discussi con il proprio medico, all’interno degli ambulatori di Medical Imaging, il Centro di Diagnostica per Immagini di Polisanitaria Iodice, subito dopo la conclusione dello screening.

Sarcoma dei tessuti molli: le prime indagini tramite ecografia

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Il Sarcoma dei tessuti molli è uno stato tumorale che si manifesta nelle circostanze in cui le cellule maligne si concentrano all’interno di distretti quali muscoli, adipe, vasi sanguigni o linfatici, legamenti, tessuti connettivi o nervi. Il 50% degli stati patologici di questo genere tende ad interessare gli arti, sia quelli superiori che quelli inferiori, mentre l’altra metà dei casi riguarda in maniera prevalente collo e testa, cavità addominale, organi interni ed il tronco.
I fattori di rischio sono molteplici e di questi non tutti sono stati ancora identificati con precisione assoluta: pare abbiano una grande influenza nella formazione del sarcoma dei tessuti molli fattori di rischio come l’esposizione diretta alle radiazioni, l’asportazione chirurgica di linfonodi e l’accumulo di materiale linfatico in una zona circoscritta del corpo.
Rappresentano degli elementi tali da favorire il manifestarsi della malattia anche fattori genetici e malattie come la Sindrome di Gardner e quella di Li-Fraumeni. Occorre citare tra i fattori di rischio anche il Retinoblastoma, forma tumorale che riguarda i bambini e che riguarda l’occhio.
Anche l’esposizione ed il contatto con sostanze quali diossina, pesticidi e cloruro di vinili può avere una certa influenza nella formazione del Sarcoma.
La diffusione dei Sarcomi che interessano i tessuti molli è alquanto limitata: le forme di sarcoma più diffuse colpiscono mediamente due persone ogni 100.000.

Tipologie di sarcomi

Esistono diversi tipi di sarcomi dei tessuti molli: il Lipoma, per esempio, è uno stato tumorale benigno che si forma sul tessuto adiposo e che, in genere, si presenta in forma circoscritta. Questa forma di tumore guarisce mediante una semplice asportazione. Fanno parte dei tumori benigni anche i Leiomiomi, che solitamente si concentrano nei distretti corporei ricchi di muscolatura liscia, quali utero, stomaco ed esofago.
Le due tipologie di sarcoma appena descritte si classificano rispetto alle altre anche in funzione della loro tendenza ad intaccare una particolare area del corpo: i lipomi, nella fattispecie, fanno parte dei tumori a differenziazione adiposa, mentre i leiomiomi rientrano nella categoria dei tumori a differenziazione muscolare.
Esistono inoltre tumori a differenziazione muscolare, nervosa, vascolare e sinoviale.

Sintomi ed evoluzione del tumore

I sarcomi che riguardano gli arti determinano la comparsa di alcuni vistosi rigonfiamenti, che tendono ad ingrossarsi nel breve volgere di poche settimane e che, in genere, non comportano manifestazioni dolorose particolari.
I sarcomi addominali sono molto più aspecifici e, talvolta, possono determinare blocchi intestinali o sanguinamenti allo stomaco.

Diagnosi con ecografia tessuti molli

L’ecografia tessuti molli è lo strumento mediante il quale è possibile procedere alla diagnosi esatta della patologia, in conseguenza della quale diventa possibile operare per tempo ed in maniera mirata per le risoluzione del problema.
L’ecografia non è dolorosa e non comporta la sottoposizione del paziente all’azione dannosa di radiazioni.
L’accertamento diagnostico dura alcuni minuti: al paziente è richiesto di sdraiarsi e di sottoporsi all’azione del medico, che avvalendosi dell’ausilio di una sonda, monitora l’intero distretto corporeo soggetto all’indagine clinica, procedendo così ad una diagnosi tempestiva e puntuale.
Una volta accertato tramite ecografia dei tessuti molli la presenza o meno di masse anormali, si procederà eventualmente ad ulteriori esami.

Prevenzione del sarcoma

A scopo preventivo è opportuno sottoporsi ad accertamento diagnostico non solo in presenza di una sintomatologia evidente, ma anche a cadenza periodica e senza che si palesino manifestazioni evidenti. Questa prassi è da attuarsi in maniera ancor più puntuale e precisa per tutti i soggetti che denuncino uno stato di familiarità con la malattia.
Ovviamente è opportuno, soprattutto nei casi di predisposizione genetica alla contrazione della malattia, evitare l’esposizione ai fattori di rischio in grado di causarla.