Quando fare la risonanza magnetica al ginocchio?

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La risonanza magnetica è un comune accertamento diagnostico che ha lo scopo di favorire l’indagine clinica e di evidenziare la presenza di patologie che interessano il distretto corporeo interessato dallo screening.
Lo svolgimento di una risonanza magnetica non espone il paziente a nessun tipo di rischio: questo genere di esame, infatti, non comporta la sottoposizione del soggetto a radiazioni ionizzanti e garantisce la quasi totale assenza di effetti collaterali.

Anatomia del ginocchio

L’estremo livello di precisione diagnostica assicurato dall’impiego della risonanza magnetica nell’ambito di un processo di screening medico aiuta a fornire un quadro chiaro ed esaustivo della salute di tutti i complessi che compongono l’anatomia del ginocchio. L’articolazione del ginocchio è in assoluto una delle più complesse di tutto l’organismo umano: essa si compone di una coppia di articolazioni complementari che uniscono la coscia e la gamba.
Il ginocchio è quindi formato dal femore, ossia l’osso della gamba che lo collega all’anca; è l’osso più lungo e resistente di tutto l’apparato osseo. Davanti al femore, troviamo la rotula (o patella) che scivola in una scanalatura quando sono eseguiti alcuni movimenti. Seguono la tibia ed il perone: la prima, è il punto d’appoggio del femore, mentre il secondo (parallelo alla tibia) è un sottile osso che funge da collegamento per i muscoli ed il legamento collaterale laterale. Sono presenti, poi, legamenti (crociati anteriori e posteriori, e collaterale mediale e laterale), muscoli (bicipite e quadricipite), tendini e cartilagine.

Nonostante il ginocchio possieda superfici esterne aventi caratteristiche assimilabili alle articolazioni mobili, l’apparato di legamenti che ad esso si connette limita la gamma di movimenti alla sola flessione.

Quando è consigliato fare la risonanza al ginocchio

La risonanza magnetica al ginocchio, dunque, è un esame di estrema importanza per la diagnosi tempestiva di tutte le patologie che possono interessare questo fondamentale distretto corporeo.
Tra le patologie più diffuse che la RM è in grado di palesare figurano:

  • lesioni e danni che interessano, per traumi o invecchiamento, cartilagine e menisco
  • distorsioni o fratture
  • infiammazioni
  • artriti
  • osteomieliti
  • presenza di eventuali versamenti di liquidi (offrendo una visione completa e dettagliata dello stato effettivo di tutti gli elementi strutturali del ginocchio).

Mediante l’ausilio di questo strumento, medico ortopedico e radiologo possono quindi facilmente risalire alla ragione di dolori e sintomi accusati dal paziente, che, nella maggior parte dei casi, consistono in dolore, rigidità, gonfiore e difficoltà di movimento.
Gli effetti di una risonanza magnetica possono essere integrati con l’utilizzo di un liquidi di contrasto, che permette ai macchinari impiegati per lo screening di scandagliare con precisione ancor più elevata tutti i distretti esaminati.

Come si svolge la risonanza al ginocchio

Per lo svolgimento di una risonanza magnetica al ginocchio si fa uso di uno scanner cilindrico che permette di ospitare il paziente disteso su un lettino. Esistono inoltre alcuni macchinari di dimensioni più contenute, in grado di ruotare esclusivamente intorno al distretto corporeo da analizzare: questi ultimi rappresentano la soluzione ideale per ridurre il senso di oppressione solitamente trasmesso dalle apparecchiature classiche.
L’esame ha una durata di poche decine di minuti e prevede, allìinizio della procedura, che il paziente venga fatto sdraiare su un lettino, dopo essersi privato di parte dei propri indumenti e di tutti gli oggetti metallici che porta con sé. Il paziente deve rimanere immobile durante tutto lo svolgimento dell’esame, in quanto ogni movimento, anche se di lieve entità, tende ad invalidare i risultati degli accertamenti, influendo sulla qualità delle immagini.
Nel caso in cui si rendesse necessario l’uso del mezzo di contrasto, questo verrebbe iniettato pochi minuti prima dell’accensione dei macchinari, direttamente dal medico radiologo.
La durata dell’esame varia dai 20 ai 25 minuti.

Per chi necessita una risonanza al ginocchio, è possibile fare riferimento a Medical Imaging, il centro di diagnostica di Curti (Caserta), in cui è possibile trovare alcuni dei più avanzati e tecnologici macchinari oggi in commercio per lo svolgimento di esami diagnostici per immagini.
La struttura collabora con professionisti altamente qualificati ed offre un servizio di elevata qualità e di straordinaria efficienza, che si traduce in tempi d’attesa brevi ed in prestazioni sempre puntuali e precise.
Per prenotare un accertamento presso il centro di diagnostica per immagini Medical Imaging è possibile telefonare allo 0823 843087, compilare il form online o recarsi direttamente in sede, in via Nazionale Appia 28, a Curti (Caserta).

Bronchite: quando fare una radiografia al torace?

Radiografia torace per bronchite

La bronchite è una delle più comuni patologie che interessano l’apparato respiratorio: questa malattia, in particolare, si presenta come uno stato infiammatorio dei bronchi e delle mucose: generalmente si tende a distinguere la patologia in due grandi categorie: bronchite cronica e bronchite acuta. La prima consta di una sintomatologia che tende a perdurare stabilmente per almeno tre mesi all’anno, dopo essersi ripetuta per almeno due anni. Quella acuta, invece, si presenta in forma occasionale, sotto forma di episodio isolato, ed ha per causa una malattia virale, come raffreddore o influenza, uno stato catarrale o una condizione di alterazione batterica. Nello specifico, la bronchite acuta è provocata nel 90% dei casi da un virus e solo 1 volta su 10 da agenti batterici.
Pur interessando sempre alcuni degli organi principali dell’apparato respiratorio, bronchite, broncopolmonite e polmonite sono tre patologie alquanto diverse: la prima, infatti, intacca esclusivamente la mucosa dei bronchi, mentre la polmonite tende a determinare un’infiammazione evidente a livello polmonare. La broncopolmonite, infine, rappresenta l’evoluzione più grave di una polmonite, è causata da batteri, virus o funghi e causa uno stato infiammatorio degli alveoli che si estende al livello dei bronchi e dei polmoni.

Come si manifesta

Tra i sintomi più evidenti tra quelli comuni ai pazienti afflitti da una bronchite, la tosse è senza dubbio il più comune: la necessità di tossire, infatti, è la diretta conseguenza del tentativo di espellere tutto il muco in eccesso che la malattia tende a far depositare nei polmoni. Tra i sintomi più comuni figurano altresì il mal di gola, la congestione nasale, febbre bassa, malessere e produzione di espettorato. Non sono inoltre meno diffusi sintomi quali spossatezza e lievi difficoltà di carattere respiratorio.
Tra le conseguenze comuni della bronchite è possibile annoverare anche dispnea, scarsa ossigenazione e affanno.

Le cause della bronchite acuta sono, come detto, quasi sempre di natura virale: di solito, infatti, un virus infetta l’epitelio dei bronchi e determina un consistente aumento della secrezione del muco, la cui maggior produzione è determinata proprio dall’infiammazione in corso. Nella maggior parte dei casi la patologia si sviluppa durante un’infezione delle vie respiratorie superiori, solitamente dovuta ad un comune raffreddore o ad uno stato influenzale. Come detto, una bassa percentuale di casi di bronchite può essere determinata da un attacco batterico.
I fattori di rischio in grado di determinare la bronchite cronica sono invece in larga parte costituiti dalla alcune cattive abitudini in grado di compromettere lo stato di salute dell’individuo: la prima causa di bronchite cronica, infatti, è rappresentata dal consumo di tabacco e dal fumo delle sigarette. Contribuiscono in maniera significativa alla comparsa delle malattia anche la sottoposizione dell’organismo a fumi irritanti o a polveri nocive. Infine, anche l’inalazione di agenti inquinanti presenti nell’aria ha il suo peso, a lungo andare, nell’eventuale sviluppo della patologia.

Quali conseguenze comporta

La bronchite tende a causare lesioni ed irritazioni più o meno diffuse in buona parte dell’epitelio respiratorio dei bronchi: questa condizione determina un inspessimento delle pareti dei bronchi, connesso ad un contemporaneo rimpicciolimento del lume. In presenza di uno stato patologico, l’accrescimento del numero di cellule nei bronchi e nei bronchioli, unito all’allargamento delle ghiandole della trachea, produce un consistente incremento della secrezione di muco.

Di solito, si tende a trattare l’acuta secondo una logica prettamente sintomatica: la cura, infatti, prevede nella maggior parte dei casi l’impiego di farmaci antiinfiammatori in grado di lenire gli effetti dolorosi causati dal mal di gola e di trattare efficacemente la febbre. Considerando che nel 90% dei casi la causa di una bronchite acuta è virale, non è opportuno sottoporre il paziente anche ad un trattamento antibiotico.
Anche il trattamento della bronchite cronica, che può essere opportunamente prevenuta smettendo di fumare, ha carattere prevalentemente sintomatico e può comportare l’impego anche di agenti come la riabilitazione polmonare, l’intervento chirurgico ed il trapianto di polmoni.
Le infiammazioni, naturalmente, possono essere trattate, soprattutto nei casi meno gravi, con l’impiego di farmaci in grado di ridurre, contrastare o eliminare il broncospasmo. Le forme più lievi di polmonite cronica possono essere gestite anche con l’uso di farmaci mucolitici ed espettoranti, che sono in grado di garantire un piccolo effetto terapeutico, prevenendo la riacutizzazione della malattia.

RX Torace: quando diventa necessaria

L’esame radiologico del torace è un accertamento di grande importanza nell’ambito di una valutazione clinica atta a chiarire l’esistenza di patologie che interessano l’intero apparato respiratorio.
Oltre che per la diagnosi della bronchite, l’esame RX torace è utile per la valutazione di casi di sospette polmoniti, broncopolmoniti e pleuriti. Si fa ricorso a questo accertamento diagnostico anche per individuare ascessi, interstiziopatie, versamenti, lesioni e patologie autoimmuni che interessano il polmone. L’osservazione dello scheletro toracico consente di evidenziare anche un’ampia gamma di malformazioni di questo distretto corporeo e di stabilire in maniera precisa se completare il processo diagnostico mediante TC del torace.

Per lo svolgimento dell’esame, che non ha carattere invasivo e che non comporta alcun tipo di dolore, sono necessari appena 5 minuti: durante l’azione degli scanner, il paziente deve prodursi in una piccola serie di profondi respiri, necessari a permettere un più accurato processo diagnostico in sede di valutazione dei risultati.L’esame non comporta alcun tipo di conseguenza.
I risultati dell’accertamento possono essere discussi con il proprio medico, all’interno degli ambulatori di Medical Imaging, il Centro di Diagnostica per Immagini di Polisanitaria Iodice, subito dopo la conclusione dello screening.

Sarcoma dei tessuti molli: le prime indagini tramite ecografia

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Il Sarcoma dei tessuti molli è uno stato tumorale che si manifesta nelle circostanze in cui le cellule maligne si concentrano all’interno di distretti quali muscoli, adipe, vasi sanguigni o linfatici, legamenti, tessuti connettivi o nervi. Il 50% degli stati patologici di questo genere tende ad interessare gli arti, sia quelli superiori che quelli inferiori, mentre l’altra metà dei casi riguarda in maniera prevalente collo e testa, cavità addominale, organi interni ed il tronco.
I fattori di rischio sono molteplici e di questi non tutti sono stati ancora identificati con precisione assoluta: pare abbiano una grande influenza nella formazione del sarcoma dei tessuti molli fattori di rischio come l’esposizione diretta alle radiazioni, l’asportazione chirurgica di linfonodi e l’accumulo di materiale linfatico in una zona circoscritta del corpo.
Rappresentano degli elementi tali da favorire il manifestarsi della malattia anche fattori genetici e malattie come la Sindrome di Gardner e quella di Li-Fraumeni. Occorre citare tra i fattori di rischio anche il Retinoblastoma, forma tumorale che riguarda i bambini e che riguarda l’occhio.
Anche l’esposizione ed il contatto con sostanze quali diossina, pesticidi e cloruro di vinili può avere una certa influenza nella formazione del Sarcoma.
La diffusione dei Sarcomi che interessano i tessuti molli è alquanto limitata: le forme di sarcoma più diffuse colpiscono mediamente due persone ogni 100.000.

Tipologie di sarcomi

Esistono diversi tipi di sarcomi dei tessuti molli: il Lipoma, per esempio, è uno stato tumorale benigno che si forma sul tessuto adiposo e che, in genere, si presenta in forma circoscritta. Questa forma di tumore guarisce mediante una semplice asportazione. Fanno parte dei tumori benigni anche i Leiomiomi, che solitamente si concentrano nei distretti corporei ricchi di muscolatura liscia, quali utero, stomaco ed esofago.
Le due tipologie di sarcoma appena descritte si classificano rispetto alle altre anche in funzione della loro tendenza ad intaccare una particolare area del corpo: i lipomi, nella fattispecie, fanno parte dei tumori a differenziazione adiposa, mentre i leiomiomi rientrano nella categoria dei tumori a differenziazione muscolare.
Esistono inoltre tumori a differenziazione muscolare, nervosa, vascolare e sinoviale.

Sintomi ed evoluzione del tumore

I sarcomi che riguardano gli arti determinano la comparsa di alcuni vistosi rigonfiamenti, che tendono ad ingrossarsi nel breve volgere di poche settimane e che, in genere, non comportano manifestazioni dolorose particolari.
I sarcomi addominali sono molto più aspecifici e, talvolta, possono determinare blocchi intestinali o sanguinamenti allo stomaco.

Diagnosi con ecografia tessuti molli

L’ecografia tessuti molli è lo strumento mediante il quale è possibile procedere alla diagnosi esatta della patologia, in conseguenza della quale diventa possibile operare per tempo ed in maniera mirata per le risoluzione del problema.
L’ecografia non è dolorosa e non comporta la sottoposizione del paziente all’azione dannosa di radiazioni.
L’accertamento diagnostico dura alcuni minuti: al paziente è richiesto di sdraiarsi e di sottoporsi all’azione del medico, che avvalendosi dell’ausilio di una sonda, monitora l’intero distretto corporeo soggetto all’indagine clinica, procedendo così ad una diagnosi tempestiva e puntuale.
Una volta accertato tramite ecografia dei tessuti molli la presenza o meno di masse anormali, si procederà eventualmente ad ulteriori esami.

Prevenzione del sarcoma

A scopo preventivo è opportuno sottoporsi ad accertamento diagnostico non solo in presenza di una sintomatologia evidente, ma anche a cadenza periodica e senza che si palesino manifestazioni evidenti. Questa prassi è da attuarsi in maniera ancor più puntuale e precisa per tutti i soggetti che denuncino uno stato di familiarità con la malattia.
Ovviamente è opportuno, soprattutto nei casi di predisposizione genetica alla contrazione della malattia, evitare l’esposizione ai fattori di rischio in grado di causarla.

Medical Imaging Polisanitaria Iodice è Partner Commerciale SSC Napoli 2017-2018

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Siamo lieti di annunciare che Medical Imaging Polisanitaria Iodice è Partner Commerciale SSC Napoli 2017-2018 per il terzo anno consecutivo.

La Società Sportiva Calcio Napoli inizialmente nasce con il nome di Associazione Calcio Napoli nell’agosto del lontano 1926, grazie all’iniziativa di Giorgio Ascarelli, un imprenditore napoletano dell’industria tessile. L’esordio avvenne nella Divisione Nazionale 1926-27 e, due anni dopo, nella Serie A. Solo nel 1959 fu inaugurato lo Stadio San Paolo, ancora oggi sede delle partite interne della società calcistica.
La vera svolta per la squadra ci fu nel 1984, quando il presidente Corrado Ferlaino acquistò l’argentino Diego Armando Maradona, ancora oggi idolo di tutti i tifosi del Napoli e non solo. Grazie al talento di Maradona e alla restante squadra, il Napoli riuscì a conquistare numerosi riconoscimenti calcistici, come il primo scudetto (1987).

Questa partnership, giunta al terzo anno, è fonte di grande orgoglio per il nostro centro che da oltre cinquant’anni offre ai pazienti importanti ed eccellenti servizi sanitari. Avvalendoci di medici e professionisti del settore altamente qualificati, possiamo garantire sempre professionalità e competenza.
Abbiamo a cuore i nostri pazienti ed è per questo che vantiamo l’utilizzo di tecnologie estremamente avanzate: tutto questo ci permette di essere all’avanguardia nel settore dello screening e fornire numerose attività a coloro che scelgono Medical Imaging.

Angina pectoris: l’aiuto del cardiologo per un quadro clinico completo

angina pectoris cardiologo

Definito anche “dolore retrosternale”, l’angina pectoris è uno stato di malessere e dolore che interessa la regione toracica, determinato da una cattiva ossigenazione del muscolo cardiaco, correlata ad una diminuzione del flusso di sangue delle arterie coronarie.
Questa condizione patologica è stata osservata e studiata per la prima volta nel 1768 dal Medico Inglese William Heberden. Tipica dell’angina pectoris è la sintomatologia, che si presenta in maniera lenta e crescente, per poi limitarsi e sparire nel volgere di 10/15 minuti; in taluni casi, il dolore che colpisce il muscolo cardiaco può estendersi anche agli altri organi toracici.
L’incidenza di soggetti interessati da questa problematica è pari al 3,3% del pubblico maschile e al 3,9% del pubblico femminile di età compresa tra i 35 ed i 75 anni. Solo in casi decisamente più sporadici, questo fenomeno può avvenire durante la pubertà, specie in assenza di cardiopatie congenite.

Come si manifesta l’angina pectoris?

I sintomi dell’angina pectoris sono molteplici e tutti abbastanza evidenti: dolore, pesantezza e formicolio al torace sono solitamente le manifestazioni più evidenti di questa patologia, i cui effetti dolorosi possono irradiarsi anche alle braccia, alle spalle, ai gomiti, alla schiena, al collo e al viso.
Tra le conseguenze collaterali si registrano casi di dolori addominali, insufficienza respiratoria, sudorazione, svenimento, nausea e vomito.

Le cause che possono determinare la comparsa della malattia sono numerose: la maggior parte dei soggetti interessati dall’angina pectoris presenta un’ostruzione di un vaso, che determina una riduzione del lume arterioso, che ostacola il passaggio di sangue, specie nelle fasi di sforzo. Di solito, la sintomatologia appena descritta di verifica solo quanto l’ostruzione riduce il flusso di sangue in misura superiore al 70%. Tra le altre cause in grado di determinare l’insorgenza della malattia si possono citare le seguenti:

  • alta pressione
  • alto livello di colesterolo
  • vita sedentaria
  • obesità
  • diabete mellito
  • fumo
  • predisposizione genetica

Tipi di angina pectoris

E’ possibile distinguere vari tipi di angina pectoris: quella definita stabile o da sforzo, palesa i suoi sintomi quando il paziente è particolarmente affaticato. L’angina pectoris instabile, invece, si verifica anche in condizioni nelle quali il soggetto non è sottoposto ad un particolare sforzo ed è quindi più subdola e meno prevedibile. Questa condizione viene anche denominata sindrome pre-infartuale.

A livello fisiopatologico, invece, si possono distinguere angina primaria, determinata da una riduzione di apporto di ossigeno, ed angina secondaria, causata da un aumento del fabbisogno metabolico.

Tra le altre forme di angina pectoris occorre ricordare anche la Prinzmetal, che determina un sopralivellamento del tratto ST reversibile.

Come prevenirla

Alla base del percorso di prevenzione che pone il soggetto al riparo dai sintomi dell’angina si pone, come sempre, il ricorso frequente alla visita dal cardiologo: sottoporsi a cadenza periodica al controllo di uno specialista può essere una scelta determinante per identificare con i giusti tempi una situazione da monitorare con particolare scrupolo.
Tra gli esami specifici più utili a chiarire un eventuale quadro diagnostico, si fa spesso ricorso all’Eco Cardio, all’Ecodoppler a Riposo, ad ECG ed Holter.

La definizione del percorso terapeutico varia a seconda del tipo di angina diagnosticato e delle specifiche condizioni di salute del paziente trattato. Naturalmente, la prima arma utile ad arginare le conseguenze della patologia è garantire al muscolo cardiaco il massimo livello di riposo, permettendo al cuore di ricevere una migliore ossigenazione.
Praticare una leggera attività fisica aerobica contribuisce a prevenire il malessere e a scongiurare la sua ricomparsa. In presenza di angina instabile, invece, sono opportuni il ricovero presso strutture specializzate e la definizione di una terapia personalizzata.

Utero retroverso: individuazione tramite ecografia ginecologica

utero retroverso ecografia ginecologica

L’utero è uno degli organi costitutivi dell’apparato genitale femminile ed è destinato ad accogliere l’embrione durante il periodo di gestazione.
L’organo è collocato nella sezione centrale del distretto pelvico e si frappone tra la vescica ed il retto. Rispetto al bacino, è piazzato in maniera tale da determinare, anteriormente, una differenza d’angolo di circa 60 gradi. L’asse del corpo, invece, forma con il collo uterino un angolo di flessione stimabile in circa 150 gradi.
L’utero è separato dalla vescica e mediante il recesso peritoneale. La sua funzione è quella di contenere l’uovo fecondato fino al momento del parto: l’espulsione dell’uovo viene resa possibile dal verificarsi di contrazioni della muscolatura liscia che ricopre le pareti dell’organo.

Utero retroverso: perché accade?

Quella dell’utero retroverso è una caratteristica non patologica che accomuna circa ¼ della popolazione femminile: in questi casi si riscontra un diverso orientamento dell’organo posto all’interno della pelvi. Nelle pazienti nelle quali si riscontra la retroversione dell’organo, l’utero delle donne è rivolto all’indietro, ossia in direzione del retto: per appurare l’esistenza di questa condizione è sufficiente sottoporsi ad un’ecografia ginecologica in quanto, nella maggior parte dei casi, essa non comporta nessun sintomo specifico.
La ragione per la quale si verifica questa condizione è ancora ignota: alla base, comunque, non sembrano esserci ragioni di carattere genetico.
Sono piuttosto sporadici i casi in cui l’utero retroverso comporta disagi e dolori nel soggetto interessato: nelle situazioni più gravi si rende necessaria l’introduzione di un pessario che tenga in asse utero e vagina.
Nei casi di retroversione primaria, l’organo assume la sua caratteristica posizione in maniera del tutto naturale durante la fase dello sviluppo: in questi soggetti, la scoperta della condizione di utero retroverso coincide solitamente con i primi controlli ginecologici.
Laddove la retroversione fosse secondaria o acquisita, l’utero cambierebbe posizione in seguito ad anomalie e a patologie che riguardano la pelvi, come un’aderenza o un fibroma. Le retroversioni secondarie possono, inoltre, essere conseguenza della distensione o della lacerazione dei legamenti dell’utero conseguenti al parto.
posizione utero

Ulteriori anomalie:

Esistono ulteriori anomalie fisiologiche da tenere in considerazione: alcuni soggetti, per esempio, possono presentare l’utero antiverso, condizione nella quale l’organo si colloca in posizione contraria alla norma direttamente all’interno della cavità pelvica.
I casi di utero antiversoflesso, oltre a presentare l’antiversione, sono caratterizzati da una flessione del canale vaginale e cervicale di circa 90 gradi. In questi casi si riscontra una condizione particolare del corpo dell’utero, che si presenta leggermente flesso in avanti rispetto alla cervice.

Come si diagnostica?

Nei rari casi nei quali la condizione fisiologica dell’utero retroverso comporta sintomi nei soggetti coinvolti, si possono palesare dolori coincidenti con i rapporti sessuali e spasmi contemporanei alle mestruazioni: il dolore è solitamente la conseguenza diretta della pressione che l’utero, a causa della sua posizione riversa, esercita sulla superficie del retto e sui legamenti che circondano il coccige.
L’ecografia ginecologica è lo strumento mediante il quale è possibile osservare in maniera dettagliata la conformazione e lo stato di salute di tutto il complesso pelvico: è un accertamento di routine, utile, peraltro, anche a verificare le condizioni di tutti gli organi vicini all’utero.
L’ecografia ginecologica è un accertamento non invasivo e non comporta nessun tipo di dolore e di rischio per la salute: i macchinari impiegati per lo screening, infatti, sfruttano l’effetto eco prodotto dagli ultrasuoni per agevolare i medici nell’intento di tracciare la loro diagnosi.

Di solito l’ecografia ginecologica viene svolta su richiesta del medico curante, in presenza di un sospetto clinico o di una sintomatologia tale da suggerire un approfondito monitoraggio dell’apparato genitale interno.
Nelle ecografie ginecologiche si fa impiego di un’apposita sonda in grado di trasmettere le immagini raccolte direttamente verso il monitor usato dallo specialista: l’apparecchio può scorrere direttamente sulla parete addomino-pelvica o essere introdotto all’interno del canale vaginale.
Per lo svolgimento di un’ecografia ginecologica, anche transvaginale, non è necessaria una specifica preparazione. Alla fine dell’accertamento, che ha una durata di pochi minuti, la paziente può riprendere le sue regolari attività giornaliere senza alcuna conseguenza.

Quando fare l’ecocolordoppler venoso agli arti inferiori

ecocolordoppler arti inferiori

L’Ecocolordoppler venoso per gli arti inferiori è un esame diagnostico di Medicina per Immagini il cui fine è quello di permettere la valutazione dell’effettiva funzionalità dei vasi sanguigni delle gambe.
In particolare, questo tipo di esame è richiesto per evidenziare stati di incontinenza, reflusso ed ostruzioni venose di qualsiasi entità.
Il monitoraggio scrupoloso dello stato di salute dei vasi sanguigni degli arti inferiori è fondamentale in quanto a questi ultimi è affidato il drenaggio di tutti i liquidi dalla parte bassa del corpo fino al cuore. Lo screening è altre sì necessario anche per la diagnosi della tromboflebite, infiammazione che determina un’occlusione delle vene delle gambe e che può avere ripercussioni anche parecchio gravi.L’ecocolordoppler agli arti inferiori, dunque, è un tassello fondamentale del processo di accertamenti da svolgersi nel corso di uno screening di approfondimento angiologico. L’accertamento, infatti, permette di chiarire il quadro clinico e di determinare una diagnosi precisa ed un adeguato percorso terapeutico.
Questa diffusa ed efficace tecnica di diagnostica per immagini permette di tracciare un quadro esaustivo dello stato di salute delle vene degli arti inferiori e di evidenziare anche stati patologici gravi come la trombosi venosa profonda, consentendo al medico di valutare anche l’evoluzione che la malattia ha nel tempo. L’esame è inoltre fondamentale per la definizione dell’anatomia della malattia varicosa e per la preparazione del paziente ad un eventuale intervento di chirurgia tradizionale, endovascolare o elastocompressiva.
In genere, l’esame ecografico di tipo venoso si rende necessario anche in tutti i casi in cui si palesano sintomi quali gonfiori, edemi e vene varicose.

Cos’è l’ecocolordoppler venoso arti inferiori?

L’ecocolordoppler può riguardare vene o arterie: queste due categorie di vasi sanguigni svolgono funzioni alquanto diverse, alle quali possono far capo patologie di vario genere. Quello di tipo venoso, nello specifico, si concentra sull’osservazione dei vasi sanguigni che trasportano sangue e anidride carbonica dai distretti periferici all’atrio destro del cuore. Al contrario, l’ecocolordoppler arterioso è impiegato per verificare lo stato di salute dei vasi sanguigni più grandi, nei quali ha luogo il trasporto del sangue carico di ossigeno dal ventricolo sinistro a tutti gli altri organi.

L’esame ecografico è un accertamento diagnostico non invasivo che, grazie anche all’impiego di moderni macchinari, fornisce immagini a colori e in alta risoluzione di tutti i vasi sanguigni degli arti inferiori (ma anche superiori), consentendo al medico di valutarne estensione, elasticità e dimensioni e di appurare la velocità del flusso di sangue. Questo accertamento permette di individuare aneurismi e occlusioni delle arterie implicabili a placche, mentre a livello venoso, lo screening consente la rilevazione di ulcere e di trombi.
L’esame non ha carattere invasivo e non comporta traumi né dolore: l’ecocolordoppler agli arti inferiori può essere ripetuto anche ad intervalli relativamente ravvicinati in quanto sfrutta esclusivamente gli ultrasuoni, radiazioni non ionizzanti che, in quanto tali, non arrecano alcun pericolo allo stato di salute del paziente.

Come si svolge l’ecocolordoppler venoso agli arti inferiori

Per lo svolgimento dell’esame di tipo venoso agli arti inferiori viene richiesto al paziente di stendersi su un lettino e di sottoporre all’azione di un’apposita sonda il distretto corporeo da analizzare, precedentemente cosparso di gel. La sonda viene condotta dal medico lungo il complesso da sottoporre ad accertamento e trasmette le immagini ad uno schermo ad essa connesso. Per l’accertamento non è richiesta una preparazione particolare: in seguito allo svolgimento dell’esame, inoltre, il paziente può cimentarsi con le sue normali attività giornaliere senza conseguenze.
Presso Medical Imaging, il costo Ecocolordoppler è compreso tra i 70 ed i 120 Euro. Non è possibile svolgere l’accertamento in regime di esenzione sanitaria.

Mineralometria ossea computerizzata per la diagnostica dell’osteoporosi

osteoporosi moc

L’osteoporosi è una condizione fisica che determina una perdita della massa ossea a livello scheletrico. Alcuni studi la definiscono come una “non malattia”: secondo il British Medical Journal, per esempio, questo particolare stato dell’apparato scheletrico è da considerarsi un processo parafisiologico connesso semplicemente al progredire dell’età.
Conseguenza primaria di questa condizione è una minor robustezza delle ossea, che determina nel soggetto una maggior tendenza a subire fratture e lesioni di vario grado.
A tutti i livelli, l’osteoporosi è causata da un decremento della densità ossea e da un’alterazione della microstruttura di ogni osso.

L’osteoporosi è una malattia che colpisce in maniera particolare il sesso femminile: in seguito all’inizio della menopausa, inoltre, la già alta tendenza della donna ad accusare questo problema cresce di ben 4 volte.
La fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 51 ed i 75 anni, ma, in presenza di determinati fattori di rischio, quali la cattiva alimentazione o alterazioni metaboliche e patologiche, la malattia può presentarsi anche in età giovanile.E’ possibile classificare due grandi categorie: quella primaria e quella secondaria.
La prima delle due riguarda il 95% dei pazienti afflitti da questa condizione ed è definita anche “Primitiva” o “Originale”: l’osteoporosi primaria può a sua volta essere classificata come “Post-menopausale”, “Primaria Senile” o “Idiopatica”.

Quali sono i sintomi dell’osteoporosi?

L’Osteoporosi Post-Menopausale coinvolge generalmente soggetti di età superiore ai 51 anni e colpisce principalmente le donne in menopausa e gli uomini che possiedono bassi livelli di testosterone o che hanno subito la castrazione. Causa principale dell’Osteoporosi Post-Menopausale è la diminuzione della produzione di estrogeni, che determina una sostanziale perdita di minerali ossei.
L’Osteoporosi Primaria Senile si correla al naturale invecchiamento dell’organismo ed è determinata dal calo del numero di osteoblasti.
Le cause dell’Osteoporosi idiopatica non sono note: si tratta di una patologia parecchio rara che tende a colpire soprattutto soggetti molto giovani.

L’Osteoporosi secondaria è causata da alterazioni endocrine, ma può essere indotta anche dalla prolungata assunzione di farmaci o, ancora, dall’uso smodato di alcol.

La comparsa della patologia è silente: spesso essa rimane in una condizione asintomatica per lunghi periodi prima di diventare evidente. Sono svariati i casi di pazienti afflitti dalla malattia che trascorrono tutta la loro vita senza riscontrare alcun sintomo ad essa riconducibile.
In altri casi, la drastica diminuzione della densità ossea può, al contrario, determinare intensi e persistenti dolori e causare deformità fisiche anche piuttosto evidenti.

Come incide l’osteoporosi sul soggetto?

La fragilità ossea espone il soggetto ad un indebolimento tale da rendere particolarmente elevato il rischio di patire delle fratture. Le conseguenze di questa condizione, soprattutto nel caso in cui non fosse scoperta e curata in maniera tempestiva, possono essere invalidanti e dolorose.

Come si diagnostica?

L’osteoporosi è una malattia la cui presenza può rendersi manifesta in seguito ad una frattura improvvisa: solitamente, per effettuare la diagnosi si svolge un controllo incrociato che combina l’esame clinico all’analisi della sintomatologia avvertita dal soggetto. Nella maggior parte dei casi, alla diagnosi di uno stato osteoporotico segue un’analisi attenta volta all’individuazione di altre patologie parallele in grado di averla determinata.
Per la diagnosi dell’osteoporosi si fa ricorso alla MOC con metodo DEXA, un esame radiologico che permette di valutare la densità ossea attraverso l’impiego dei raggi X. Lo svolgimento di questo accertamento è spesso consigliato anche solo a scopo preventivo o nel caso in cui si debba sottoporre un paziente ad un trattamento a base di farmaci corticosteroidei.

La MOC per diagnosticare l’osteoporosi

La MOC è un accertamento diagnostico che può essere svolto seguendo diverse metodologie d’azione: per ossa di piccole dimensioni ci si avvale di strumenti ad ultrasuoni, mentre per l’esame di distretti più estesi si fa ricorso all’impiego della TAC o di apparecchiature specifiche, come la DEXA.
L’obiettivo primario della MOC è quello di stabilire il livello di densità minerale delle ossa, indicando con precisione questo parametro in grammi per centimetro cubo.
Solitamente la MOC interessa un’area ben delimitata dello scheletro, sovente corrispondente alla colonna vertebrale, agli arti e al collo del femore, distretti particolarmente soggetti alle complicazioni causate dall’osteoporosi.
La MOC ha una durata di appena tre minuti e non richiede una preparazione particolare: per lo svolgimento dello screening il paziente viene fatto distendere su un lettino e sottoposto all’azione dei raggi X.

Possibili cure

La profilassi utile a contrastare gli effetti dell’osteoporosi o a prevenirne la comparsa può prevedere lo svolgimento di svariati percorsi.
Una frequente attività sportiva, anche durante l’età adulta, per esempio, permette di rafforzare il fisico e di ridurre le possibilità di un indebolimento osseo.
E’ consigliata anche l’assunzione costante di microelementi e di Vitamina D: quest’ultima in particolare, ha un’importanza determinante per velocizzare l’assunzione del calcio a livello intestinale.
Raccomandabili sono, nei casi di Osteoporosi Post-Menopausa, anche le terapie ormonali.

A scopo preventivo, è opportuno effettuare una MOC ogni due anni dal momento della menopausa.

Valutazione della fibrosi epatica con Fibroscan

fibroscan fibrosi epatica

La fibrosi epatica è una malattia dalla media diffusione che determina un accrescimento consistente del tessuto connettivo nel fegato. La comparsa della patologia si lega, quasi nella totalità dei casi, alla presenza di uno stimolo causato da lesioni ed infiammazioni croniche o da danni da carico subiti dall’organo: in particolare, avviene che il tessuto cicatriziale determini un mutamento dell’architettura e della morfologia dell’organo, dando luogo al malfunzionamento del fegato.
Sono circostanze che facilitano la comparsa della fibrosi epatica anche concomitanti infiammazioni epatiche di tipo virale (come l’epatite B e C), batteriche e parassitarie. La patologia può derivare altre sì da un malfunzionamento del metabolismo o da patologie da accumulo di lipidi e ferro o, ancora, dalla Malattia di Wilson.
Anche l’uso smodato e reiterato di alcuni farmaci, al pari dell’esposizione ad agenti tossici, quali fumo e alcol, accelera l’avanzare della fibrosi epatica.

Quali sono i sintomi

I sintomi che possono ricondurre ad una fibrosi epatica sono svariati, ma sono tutti accomunati dal non essere esclusivi di questa malattia: è facile, dunque, ad un primo esame non del tutto circostanziato, che la diagnosi non risulti agevole o immediatamente chiara.
Occorre inoltre precisare che i sintomi connessi alla fibrosi epatica non sono da ricondursi immediatamente a quest’ultima, quanto piuttosto alla patologia che l’ha causata. Anche per questo motivo la gamma di sintomi è piuttosto estesa e relativamente disomogenea: tra i sintomi più diffusi si possono annoverare anemia, alterazioni del metabolismo, astenia, comparsa di ecchimosi ed eritemi, diaspnea, epatite, emorragia e facilità di sanguinamento, gonfiore addominale e agli arti inferiori, ittero, nausea, perdita di peso repentina, prurito e ritenzione idrica.

Quali sono gli stadi della malattia?

Conoscere lo stadio istologico della fibrosi epatica è il primo passo utile ad addivenire ad un procedimento terapeutico efficace e, prima ancora, a tracciare una diagnosi del tutto esaustiva.
Si tende a classificare la gravità della patologia sulla base di 5 livelli differenti: lo stadio F0 è quello base, con il quale si identifica un’infezione in corso che non ha ancora determinato alcun tipo di danno fibrocicatriziale, lasciando di fatto del tutto inalterata la struttura del fegato.
Il livello F1 evidenzia una situazione ancora controllabile, nella quale il danno è presente ma molto limitato: in questi casi si tende ad attuare trattamenti blandi che riportano il paziente in salute in tempi non particolarmente lunghi.
Lo stadio intermedio è denominato F2: in questo caso il danno fibrocicatriziale è rilevante e sono previste terapie specifiche e di medio impatto.
Quando la condizione del paziente evidenza un danno sclerocicatriziale, la fibrosi viene classificata come F3. Il livello F4 è l’ultimo e contraddistingue i pazienti cronici.

Misurazione della fibrosi epatica con Fibroscan

Il Fibroscan è un avanzato e tecnologico apparecchio che permette di stabilire con precisione ed efficacia lo stadio raggiungo dall’avanzare della fibrosi epatica e rappresenta, pertanto, uno strumento fondamentale nell’ambito del percorso diagnostico e preventivo portato avanti dallo specialista.
Il Fibroscan è in grado di rilevare in maniera parecchio particolareggiata, l’entità e la dimensione di ogni cicatrice causata dall’infiammazione, determinando la misura in cui la fibrosi ingravescente sia realmente capace di alterare, con il trascorrere del tempo, la struttura morfologica del fegato e, di conseguenza, la sua regolare funzionalità.
Fino a non molto tempo fa, per determinare la gravità della malattia non esistevano alternative agli accertamenti di tipo invasivo come la biopsia epatica: solo in tempi recenti, infatti, si è investito in maniera concreta nello studio di tecniche di indagine basate su metodiche non invasive.
Tra tutte, quella fondata sull’impiego del Fibroscan rappresenta la metodologia di indagine più leggera ed efficace.

La preparazione del paziente ad un accertamento epatico con il Fibroscan non è particolarmente complessa: l’unica regola da osservare riguarda la necessità di presentarsi all’appuntamento presso il proprio centro diagnostico di fiducia a digiuno.
Per sottoporsi all’esame, non è richiesto che il paziente sospenda nessuna delle eventuali cure in corso.

Ecografia pelvica in caso sindrome dell’ovaio policistico sospetto

PCOS è l’acronimo con il quale si tende ad identificare la Sindrome dell’Ovaio Policistico, patologia di media diffusione che altera il corretto funzionamento del sistema endocrino delle donne che si trovano in età fertile. La malattia determina, nella stragrande maggioranza dei casi l’ingrossamento delle ovaie, causato dall’accumulo di cisti liquide.
Campanelli d’allarme piuttosto chiari riguardo alla sindrome dell’ovaio policistico sono amenorrea o, al contrario, periodi mestruali prolungati in maniera anomala, acne ed altri disturbi di tipo dermatologico. Sono segnali da tenere sott’osservazione anche fenomeni di riduzione della crescita dei capelli e obesità.
Alla base della comparsa della patologia si pongono cause non ancora del tutto chiare: fondamentale, per addivenire alla risoluzione efficace e veloce della sindrome dell’ovaio policistico è una diagnosi precoce e tempestiva: nella gestione del trattamento curativo è fondamentale la perdita di peso, che riduce il rischio di complicanze quali la comparsa di malattie collaterali di tipo cardiaco o il diabete di tipo 2.

Quali sono i primi sintomi?

I principali e più evidenti sintomi che insinuano il sospetto della malattia iniziano ad avere luogo subito dopo il primo ciclo mestruale e, in ogni caso, durante l’età fertile. Nella maggior parte delle situazioni, la comparsa della sindrome è connessa anche ad un esponenziale accrescimento del peso corporeo.
Affinché la sindrome sia diagnosticata è necessaria la compresenza di almeno due sintomi tra irregolarità del ciclo (rientrano nella casistica soggetti nei quali si riscontrano intervalli mestruali superiori ai 35 giorni, meno di 8 cicli annuali o amenorrea di durata superiore ai 4 mesi), ovaie con cisti o microcisti (evidenti alterazioni delle dimensioni delle ovaie) o sovrapproduzione di andogeni (ormoni maschili la cui eccessiva presenza può determinare irsutismo, acne e calvizie).

Sono numerose anche le conseguenze connesse al presentarsi della patologia. Tra queste si segnalano casi di diabete di Tipo 2, aumento dei livelli di colesterolo nel sangue, aumento della pressione sanguigna, sindrome metabolica con implicazioni di carattere cardiovascolare, steatopatite, infertilità, depressione, ansia, sanguinamento e, nei casi peggiori, carcinoma dell’endometrio.

L’ecografia pelvica per saperne di più

Accertamento di primaria importanza nel contesto di un percorso diagnostico e curativo funzionale all’individuazione e al trattamento della sindrome dell’ovaio policistico, l’ecografia pelvica è un esame non invasivo che si svolge avvalendosi di un apposito macchinario ad ultrasuoni.
L’accertamento prevede l’impiego di una sonda che, una volta appoggiata sulla parte inferiore della parete addominale, permette di visualizzare con precisione su un monitor connesso all’apparecchio, le immagini dettagliate dell’intera area pelvica transaddominale o sovrapubica. Più nello specifico, l’accertamento permette di verificare lo stato di salute di distretti quali vescica, prostata, utero e ovaie e di riscontrare in maniera precisa e tempestiva eventuali aree di intervento.
L’esame deve essere svolto a vescica distesa: è pertanto necessario prepararsi allo svolgimento dello screening medico bevendo mezzo litro di acqua due ore prima dell’esame ed evitando di urinare fino a quando l’accertamento non ha fine.

Per lo svolgimento dell’ecografia è richiesto che il paziente sia disteso in posizione supina: l’applicazione di un apposito gel agevola il lavoro della sonda, che invia le immagini captate ad un monitor, favorendo la diagnosi. Mediamente, la durata dell’accertamento oscilla tra i 15 ed i 20 minuti.

Cosa fare in caso di risultato positivo?

Solitamente, nel caso in cui l’accertamento evidenziasse la presenza della patologia sospetta, il medico procede alla definizione di un piano terapeutico mirato a contrastare il progredire della sindrome e a contrastarne gli effetti. Alla base del piano di cura si pone quasi sempre un trattamento finalizzato al controllo del peso mediante il ricorso ad una dieta ipocalorica e tendenzialmente proteica, combinata ad esercizio fisico moderato e costante.