Utero retroverso: individuazione tramite ecografia ginecologica

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L’utero è uno degli organi costitutivi dell’apparato genitale femminile ed è destinato ad accogliere l’embrione durante il periodo di gestazione.
L’organo è collocato nella sezione centrale del distretto pelvico e si frappone tra la vescica ed il retto. Rispetto al bacino, è piazzato in maniera tale da determinare, anteriormente, una differenza d’angolo di circa 60 gradi. L’asse del corpo, invece, forma con il collo uterino un angolo di flessione stimabile in circa 150 gradi.
L’utero è separato dalla vescica e mediante il recesso peritoneale. La sua funzione è quella di contenere l’uovo fecondato fino al momento del parto: l’espulsione dell’uovo viene resa possibile dal verificarsi di contrazioni della muscolatura liscia che ricopre le pareti dell’organo.

Utero retroverso: perché accade?

Quella dell’utero retroverso è una caratteristica non patologica che accomuna circa ¼ della popolazione femminile: in questi casi si riscontra un diverso orientamento dell’organo posto all’interno della pelvi. Nelle pazienti nelle quali si riscontra la retroversione dell’organo, l’utero delle donne è rivolto all’indietro, ossia in direzione del retto: per appurare l’esistenza di questa condizione è sufficiente sottoporsi ad un’ecografia ginecologica in quanto, nella maggior parte dei casi, essa non comporta nessun sintomo specifico.
La ragione per la quale si verifica questa condizione è ancora ignota: alla base, comunque, non sembrano esserci ragioni di carattere genetico.
Sono piuttosto sporadici i casi in cui l’utero retroverso comporta disagi e dolori nel soggetto interessato: nelle situazioni più gravi si rende necessaria l’introduzione di un pessario che tenga in asse utero e vagina.
Nei casi di retroversione primaria, l’organo assume la sua caratteristica posizione in maniera del tutto naturale durante la fase dello sviluppo: in questi soggetti, la scoperta della condizione di utero retroverso coincide solitamente con i primi controlli ginecologici.
Laddove la retroversione fosse secondaria o acquisita, l’utero cambierebbe posizione in seguito ad anomalie e a patologie che riguardano la pelvi, come un’aderenza o un fibroma. Le retroversioni secondarie possono, inoltre, essere conseguenza della distensione o della lacerazione dei legamenti dell’utero conseguenti al parto.
posizione utero

Ulteriori anomalie:

Esistono ulteriori anomalie fisiologiche da tenere in considerazione: alcuni soggetti, per esempio, possono presentare l’utero antiverso, condizione nella quale l’organo si colloca in posizione contraria alla norma direttamente all’interno della cavità pelvica.
I casi di utero antiversoflesso, oltre a presentare l’antiversione, sono caratterizzati da una flessione del canale vaginale e cervicale di circa 90 gradi. In questi casi si riscontra una condizione particolare del corpo dell’utero, che si presenta leggermente flesso in avanti rispetto alla cervice.

Come si diagnostica?

Nei rari casi nei quali la condizione fisiologica dell’utero retroverso comporta sintomi nei soggetti coinvolti, si possono palesare dolori coincidenti con i rapporti sessuali e spasmi contemporanei alle mestruazioni: il dolore è solitamente la conseguenza diretta della pressione che l’utero, a causa della sua posizione riversa, esercita sulla superficie del retto e sui legamenti che circondano il coccige.
L’ecografia ginecologica è lo strumento mediante il quale è possibile osservare in maniera dettagliata la conformazione e lo stato di salute di tutto il complesso pelvico: è un accertamento di routine, utile, peraltro, anche a verificare le condizioni di tutti gli organi vicini all’utero.
L’ecografia ginecologica è un accertamento non invasivo e non comporta nessun tipo di dolore e di rischio per la salute: i macchinari impiegati per lo screening, infatti, sfruttano l’effetto eco prodotto dagli ultrasuoni per agevolare i medici nell’intento di tracciare la loro diagnosi.

Di solito l’ecografia ginecologica viene svolta su richiesta del medico curante, in presenza di un sospetto clinico o di una sintomatologia tale da suggerire un approfondito monitoraggio dell’apparato genitale interno.
Nelle ecografie ginecologiche si fa impiego di un’apposita sonda in grado di trasmettere le immagini raccolte direttamente verso il monitor usato dallo specialista: l’apparecchio può scorrere direttamente sulla parete addomino-pelvica o essere introdotto all’interno del canale vaginale.
Per lo svolgimento di un’ecografia ginecologica, anche transvaginale, non è necessaria una specifica preparazione. Alla fine dell’accertamento, che ha una durata di pochi minuti, la paziente può riprendere le sue regolari attività giornaliere senza alcuna conseguenza.

Quando fare l’ecocolordoppler venoso agli arti inferiori

ecocolordoppler arti inferiori

L’Ecocolordoppler venoso per gli arti inferiori è un esame diagnostico di Medicina per Immagini il cui fine è quello di permettere la valutazione dell’effettiva funzionalità dei vasi sanguigni delle gambe.
In particolare, questo tipo di esame è richiesto per evidenziare stati di incontinenza, reflusso ed ostruzioni venose di qualsiasi entità.
Il monitoraggio scrupoloso dello stato di salute dei vasi sanguigni degli arti inferiori è fondamentale in quanto a questi ultimi è affidato il drenaggio di tutti i liquidi dalla parte bassa del corpo fino al cuore. Lo screening è altre sì necessario anche per la diagnosi della tromboflebite, infiammazione che determina un’occlusione delle vene delle gambe e che può avere ripercussioni anche parecchio gravi.L’ecocolordoppler agli arti inferiori, dunque, è un tassello fondamentale del processo di accertamenti da svolgersi nel corso di uno screening di approfondimento angiologico. L’accertamento, infatti, permette di chiarire il quadro clinico e di determinare una diagnosi precisa ed un adeguato percorso terapeutico.
Questa diffusa ed efficace tecnica di diagnostica per immagini permette di tracciare un quadro esaustivo dello stato di salute delle vene degli arti inferiori e di evidenziare anche stati patologici gravi come la trombosi venosa profonda, consentendo al medico di valutare anche l’evoluzione che la malattia ha nel tempo. L’esame è inoltre fondamentale per la definizione dell’anatomia della malattia varicosa e per la preparazione del paziente ad un eventuale intervento di chirurgia tradizionale, endovascolare o elastocompressiva.
In genere, l’esame ecografico di tipo venoso si rende necessario anche in tutti i casi in cui si palesano sintomi quali gonfiori, edemi e vene varicose.

Cos’è l’ecocolordoppler venoso arti inferiori?

L’ecocolordoppler può riguardare vene o arterie: queste due categorie di vasi sanguigni svolgono funzioni alquanto diverse, alle quali possono far capo patologie di vario genere. Quello di tipo venoso, nello specifico, si concentra sull’osservazione dei vasi sanguigni che trasportano sangue e anidride carbonica dai distretti periferici all’atrio destro del cuore. Al contrario, l’ecocolordoppler arterioso è impiegato per verificare lo stato di salute dei vasi sanguigni più grandi, nei quali ha luogo il trasporto del sangue carico di ossigeno dal ventricolo sinistro a tutti gli altri organi.

L’esame ecografico è un accertamento diagnostico non invasivo che, grazie anche all’impiego di moderni macchinari, fornisce immagini a colori e in alta risoluzione di tutti i vasi sanguigni degli arti inferiori (ma anche superiori), consentendo al medico di valutarne estensione, elasticità e dimensioni e di appurare la velocità del flusso di sangue. Questo accertamento permette di individuare aneurismi e occlusioni delle arterie implicabili a placche, mentre a livello venoso, lo screening consente la rilevazione di ulcere e di trombi.
L’esame non ha carattere invasivo e non comporta traumi né dolore: l’ecocolordoppler agli arti inferiori può essere ripetuto anche ad intervalli relativamente ravvicinati in quanto sfrutta esclusivamente gli ultrasuoni, radiazioni non ionizzanti che, in quanto tali, non arrecano alcun pericolo allo stato di salute del paziente.

Come si svolge l’ecocolordoppler venoso agli arti inferiori

Per lo svolgimento dell’esame di tipo venoso agli arti inferiori viene richiesto al paziente di stendersi su un lettino e di sottoporre all’azione di un’apposita sonda il distretto corporeo da analizzare, precedentemente cosparso di gel. La sonda viene condotta dal medico lungo il complesso da sottoporre ad accertamento e trasmette le immagini ad uno schermo ad essa connesso. Per l’accertamento non è richiesta una preparazione particolare: in seguito allo svolgimento dell’esame, inoltre, il paziente può cimentarsi con le sue normali attività giornaliere senza conseguenze.
Presso Medical Imaging, il costo Ecocolordoppler è compreso tra i 70 ed i 120 Euro. Non è possibile svolgere l’accertamento in regime di esenzione sanitaria.

Mineralometria ossea computerizzata per la diagnostica dell’osteoporosi

osteoporosi moc

L’osteoporosi è una condizione fisica che determina una perdita della massa ossea a livello scheletrico. Alcuni studi la definiscono come una “non malattia”: secondo il British Medical Journal, per esempio, questo particolare stato dell’apparato scheletrico è da considerarsi un processo parafisiologico connesso semplicemente al progredire dell’età.
Conseguenza primaria di questa condizione è una minor robustezza delle ossea, che determina nel soggetto una maggior tendenza a subire fratture e lesioni di vario grado.
A tutti i livelli, l’osteoporosi è causata da un decremento della densità ossea e da un’alterazione della microstruttura di ogni osso.

L’osteoporosi è una malattia che colpisce in maniera particolare il sesso femminile: in seguito all’inizio della menopausa, inoltre, la già alta tendenza della donna ad accusare questo problema cresce di ben 4 volte.
La fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 51 ed i 75 anni, ma, in presenza di determinati fattori di rischio, quali la cattiva alimentazione o alterazioni metaboliche e patologiche, la malattia può presentarsi anche in età giovanile.E’ possibile classificare due grandi categorie: quella primaria e quella secondaria.
La prima delle due riguarda il 95% dei pazienti afflitti da questa condizione ed è definita anche “Primitiva” o “Originale”: l’osteoporosi primaria può a sua volta essere classificata come “Post-menopausale”, “Primaria Senile” o “Idiopatica”.

Quali sono i sintomi dell’osteoporosi?

L’Osteoporosi Post-Menopausale coinvolge generalmente soggetti di età superiore ai 51 anni e colpisce principalmente le donne in menopausa e gli uomini che possiedono bassi livelli di testosterone o che hanno subito la castrazione. Causa principale dell’Osteoporosi Post-Menopausale è la diminuzione della produzione di estrogeni, che determina una sostanziale perdita di minerali ossei.
L’Osteoporosi Primaria Senile si correla al naturale invecchiamento dell’organismo ed è determinata dal calo del numero di osteoblasti.
Le cause dell’Osteoporosi idiopatica non sono note: si tratta di una patologia parecchio rara che tende a colpire soprattutto soggetti molto giovani.

L’Osteoporosi secondaria è causata da alterazioni endocrine, ma può essere indotta anche dalla prolungata assunzione di farmaci o, ancora, dall’uso smodato di alcol.

La comparsa della patologia è silente: spesso essa rimane in una condizione asintomatica per lunghi periodi prima di diventare evidente. Sono svariati i casi di pazienti afflitti dalla malattia che trascorrono tutta la loro vita senza riscontrare alcun sintomo ad essa riconducibile.
In altri casi, la drastica diminuzione della densità ossea può, al contrario, determinare intensi e persistenti dolori e causare deformità fisiche anche piuttosto evidenti.

Come incide l’osteoporosi sul soggetto?

La fragilità ossea espone il soggetto ad un indebolimento tale da rendere particolarmente elevato il rischio di patire delle fratture. Le conseguenze di questa condizione, soprattutto nel caso in cui non fosse scoperta e curata in maniera tempestiva, possono essere invalidanti e dolorose.

Come si diagnostica?

L’osteoporosi è una malattia la cui presenza può rendersi manifesta in seguito ad una frattura improvvisa: solitamente, per effettuare la diagnosi si svolge un controllo incrociato che combina l’esame clinico all’analisi della sintomatologia avvertita dal soggetto. Nella maggior parte dei casi, alla diagnosi di uno stato osteoporotico segue un’analisi attenta volta all’individuazione di altre patologie parallele in grado di averla determinata.
Per la diagnosi dell’osteoporosi si fa ricorso alla MOC con metodo DEXA, un esame radiologico che permette di valutare la densità ossea attraverso l’impiego dei raggi X. Lo svolgimento di questo accertamento è spesso consigliato anche solo a scopo preventivo o nel caso in cui si debba sottoporre un paziente ad un trattamento a base di farmaci corticosteroidei.

La MOC per diagnosticare l’osteoporosi

La MOC è un accertamento diagnostico che può essere svolto seguendo diverse metodologie d’azione: per ossa di piccole dimensioni ci si avvale di strumenti ad ultrasuoni, mentre per l’esame di distretti più estesi si fa ricorso all’impiego della TAC o di apparecchiature specifiche, come la DEXA.
L’obiettivo primario della MOC è quello di stabilire il livello di densità minerale delle ossa, indicando con precisione questo parametro in grammi per centimetro cubo.
Solitamente la MOC interessa un’area ben delimitata dello scheletro, sovente corrispondente alla colonna vertebrale, agli arti e al collo del femore, distretti particolarmente soggetti alle complicazioni causate dall’osteoporosi.
La MOC ha una durata di appena tre minuti e non richiede una preparazione particolare: per lo svolgimento dello screening il paziente viene fatto distendere su un lettino e sottoposto all’azione dei raggi X.

Possibili cure

La profilassi utile a contrastare gli effetti dell’osteoporosi o a prevenirne la comparsa può prevedere lo svolgimento di svariati percorsi.
Una frequente attività sportiva, anche durante l’età adulta, per esempio, permette di rafforzare il fisico e di ridurre le possibilità di un indebolimento osseo.
E’ consigliata anche l’assunzione costante di microelementi e di Vitamina D: quest’ultima in particolare, ha un’importanza determinante per velocizzare l’assunzione del calcio a livello intestinale.
Raccomandabili sono, nei casi di Osteoporosi Post-Menopausa, anche le terapie ormonali.

A scopo preventivo, è opportuno effettuare una MOC ogni due anni dal momento della menopausa.

Valutazione della fibrosi epatica con Fibroscan

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La fibrosi epatica è una malattia dalla media diffusione che determina un accrescimento consistente del tessuto connettivo nel fegato. La comparsa della patologia si lega, quasi nella totalità dei casi, alla presenza di uno stimolo causato da lesioni ed infiammazioni croniche o da danni da carico subiti dall’organo: in particolare, avviene che il tessuto cicatriziale determini un mutamento dell’architettura e della morfologia dell’organo, dando luogo al malfunzionamento del fegato.
Sono circostanze che facilitano la comparsa della fibrosi epatica anche concomitanti infiammazioni epatiche di tipo virale (come l’epatite B e C), batteriche e parassitarie. La patologia può derivare altre sì da un malfunzionamento del metabolismo o da patologie da accumulo di lipidi e ferro o, ancora, dalla Malattia di Wilson.
Anche l’uso smodato e reiterato di alcuni farmaci, al pari dell’esposizione ad agenti tossici, quali fumo e alcol, accelera l’avanzare della fibrosi epatica.

Quali sono i sintomi

I sintomi che possono ricondurre ad una fibrosi epatica sono svariati, ma sono tutti accomunati dal non essere esclusivi di questa malattia: è facile, dunque, ad un primo esame non del tutto circostanziato, che la diagnosi non risulti agevole o immediatamente chiara.
Occorre inoltre precisare che i sintomi connessi alla fibrosi epatica non sono da ricondursi immediatamente a quest’ultima, quanto piuttosto alla patologia che l’ha causata. Anche per questo motivo la gamma di sintomi è piuttosto estesa e relativamente disomogenea: tra i sintomi più diffusi si possono annoverare anemia, alterazioni del metabolismo, astenia, comparsa di ecchimosi ed eritemi, diaspnea, epatite, emorragia e facilità di sanguinamento, gonfiore addominale e agli arti inferiori, ittero, nausea, perdita di peso repentina, prurito e ritenzione idrica.

Quali sono gli stadi della malattia?

Conoscere lo stadio istologico della fibrosi epatica è il primo passo utile ad addivenire ad un procedimento terapeutico efficace e, prima ancora, a tracciare una diagnosi del tutto esaustiva.
Si tende a classificare la gravità della patologia sulla base di 5 livelli differenti: lo stadio F0 è quello base, con il quale si identifica un’infezione in corso che non ha ancora determinato alcun tipo di danno fibrocicatriziale, lasciando di fatto del tutto inalterata la struttura del fegato.
Il livello F1 evidenzia una situazione ancora controllabile, nella quale il danno è presente ma molto limitato: in questi casi si tende ad attuare trattamenti blandi che riportano il paziente in salute in tempi non particolarmente lunghi.
Lo stadio intermedio è denominato F2: in questo caso il danno fibrocicatriziale è rilevante e sono previste terapie specifiche e di medio impatto.
Quando la condizione del paziente evidenza un danno sclerocicatriziale, la fibrosi viene classificata come F3. Il livello F4 è l’ultimo e contraddistingue i pazienti cronici.

Misurazione della fibrosi epatica con Fibroscan

Il Fibroscan è un avanzato e tecnologico apparecchio che permette di stabilire con precisione ed efficacia lo stadio raggiungo dall’avanzare della fibrosi epatica e rappresenta, pertanto, uno strumento fondamentale nell’ambito del percorso diagnostico e preventivo portato avanti dallo specialista.
Il Fibroscan è in grado di rilevare in maniera parecchio particolareggiata, l’entità e la dimensione di ogni cicatrice causata dall’infiammazione, determinando la misura in cui la fibrosi ingravescente sia realmente capace di alterare, con il trascorrere del tempo, la struttura morfologica del fegato e, di conseguenza, la sua regolare funzionalità.
Fino a non molto tempo fa, per determinare la gravità della malattia non esistevano alternative agli accertamenti di tipo invasivo come la biopsia epatica: solo in tempi recenti, infatti, si è investito in maniera concreta nello studio di tecniche di indagine basate su metodiche non invasive.
Tra tutte, quella fondata sull’impiego del Fibroscan rappresenta la metodologia di indagine più leggera ed efficace.

La preparazione del paziente ad un accertamento epatico con il Fibroscan non è particolarmente complessa: l’unica regola da osservare riguarda la necessità di presentarsi all’appuntamento presso il proprio centro diagnostico di fiducia a digiuno.
Per sottoporsi all’esame, non è richiesto che il paziente sospenda nessuna delle eventuali cure in corso.

Ecografia pelvica in caso sindrome dell’ovaio policistico sospetto

PCOS è l’acronimo con il quale si tende ad identificare la Sindrome dell’Ovaio Policistico, patologia di media diffusione che altera il corretto funzionamento del sistema endocrino delle donne che si trovano in età fertile. La malattia determina, nella stragrande maggioranza dei casi l’ingrossamento delle ovaie, causato dall’accumulo di cisti liquide.
Campanelli d’allarme piuttosto chiari riguardo alla sindrome dell’ovaio policistico sono amenorrea o, al contrario, periodi mestruali prolungati in maniera anomala, acne ed altri disturbi di tipo dermatologico. Sono segnali da tenere sott’osservazione anche fenomeni di riduzione della crescita dei capelli e obesità.
Alla base della comparsa della patologia si pongono cause non ancora del tutto chiare: fondamentale, per addivenire alla risoluzione efficace e veloce della sindrome dell’ovaio policistico è una diagnosi precoce e tempestiva: nella gestione del trattamento curativo è fondamentale la perdita di peso, che riduce il rischio di complicanze quali la comparsa di malattie collaterali di tipo cardiaco o il diabete di tipo 2.

Quali sono i primi sintomi?

I principali e più evidenti sintomi che insinuano il sospetto della malattia iniziano ad avere luogo subito dopo il primo ciclo mestruale e, in ogni caso, durante l’età fertile. Nella maggior parte delle situazioni, la comparsa della sindrome è connessa anche ad un esponenziale accrescimento del peso corporeo.
Affinché la sindrome sia diagnosticata è necessaria la compresenza di almeno due sintomi tra irregolarità del ciclo (rientrano nella casistica soggetti nei quali si riscontrano intervalli mestruali superiori ai 35 giorni, meno di 8 cicli annuali o amenorrea di durata superiore ai 4 mesi), ovaie con cisti o microcisti (evidenti alterazioni delle dimensioni delle ovaie) o sovrapproduzione di andogeni (ormoni maschili la cui eccessiva presenza può determinare irsutismo, acne e calvizie).

Sono numerose anche le conseguenze connesse al presentarsi della patologia. Tra queste si segnalano casi di diabete di Tipo 2, aumento dei livelli di colesterolo nel sangue, aumento della pressione sanguigna, sindrome metabolica con implicazioni di carattere cardiovascolare, steatopatite, infertilità, depressione, ansia, sanguinamento e, nei casi peggiori, carcinoma dell’endometrio.

L’ecografia pelvica per saperne di più

Accertamento di primaria importanza nel contesto di un percorso diagnostico e curativo funzionale all’individuazione e al trattamento della sindrome dell’ovaio policistico, l’ecografia pelvica è un esame non invasivo che si svolge avvalendosi di un apposito macchinario ad ultrasuoni.
L’accertamento prevede l’impiego di una sonda che, una volta appoggiata sulla parte inferiore della parete addominale, permette di visualizzare con precisione su un monitor connesso all’apparecchio, le immagini dettagliate dell’intera area pelvica transaddominale o sovrapubica. Più nello specifico, l’accertamento permette di verificare lo stato di salute di distretti quali vescica, prostata, utero e ovaie e di riscontrare in maniera precisa e tempestiva eventuali aree di intervento.
L’esame deve essere svolto a vescica distesa: è pertanto necessario prepararsi allo svolgimento dello screening medico bevendo mezzo litro di acqua due ore prima dell’esame ed evitando di urinare fino a quando l’accertamento non ha fine.

Per lo svolgimento dell’ecografia è richiesto che il paziente sia disteso in posizione supina: l’applicazione di un apposito gel agevola il lavoro della sonda, che invia le immagini captate ad un monitor, favorendo la diagnosi. Mediamente, la durata dell’accertamento oscilla tra i 15 ed i 20 minuti.

Cosa fare in caso di risultato positivo?

Solitamente, nel caso in cui l’accertamento evidenziasse la presenza della patologia sospetta, il medico procede alla definizione di un piano terapeutico mirato a contrastare il progredire della sindrome e a contrastarne gli effetti. Alla base del piano di cura si pone quasi sempre un trattamento finalizzato al controllo del peso mediante il ricorso ad una dieta ipocalorica e tendenzialmente proteica, combinata ad esercizio fisico moderato e costante.

Cefalea: diagnosticarla con la tac al cranio

cefalea tac cranio

La cefalea, patologia comunemente nota anche come “mal di testa”, è un fenomeno parecchio diffuso che può essere generato da numerose cause diverse ed essere a sua volta sintomo di un’ampia gamma di disturbi.
La cefalea, che può provocare dolore in qualsiasi area del cranio e del collo, viene percepita dalle strutture sensibili che circondano il cervello sebbene il tessuto cerebrale non sia effettivamente sensibile allo stimolo del dolore. Le strutture presenti nel cranio in grado di percepire il dolore sono il perostio, i muscoli, i nervi, le arterie, le vene, gli occhi, i tessuti sottocutanei, le mucose ed i seni paranasali.
In base alla sua intensità il mal di testa viene classificato secondo una scala di valori, che comunemente fa riferimento alla gerarchia dell’International Headache Society.Essa può presentarsi, dunque, con dolori più o meno intensi e persistenti, ne soffre il 46% della popolazione mondiale e può comportare conseguenze anche invalidanti.
Si stima che più della metà dei soggetti afflitti da cefalea non sia solita a consultarsi con il proprio medico curante in seguito al manifestarsi dei primi sintomi: questo comportamento è da ritenersi improvvido in quanto la cefalea, come detto, può essere il primo sintomo di patologie gravi.

Differenza tra emicrania, cefalea e mal di testa

Occorre prima di tutto chiarire quali differenze concettuali siano sottese da queste tre denominazioni: il mal di testa non è di per sé una malattia, ma, al contrario, la diretta conseguenza della cefalea. L’emicrania, da par sua, è una forma di cefalea particolarmente intensa e spesso invalidante: si presenta con attacchi periodici, spesso ampiamente intervallati, può essere indotta da concause ambientali e fisiche, comporta dolori pulsanti e monolaterali e tende ad associarsi a nausea.

Tipi di cefalee

Esistono diversi tipi di cefalea: quella tensiva rappresenta la forma più diffusa, determina attacchi di durata indefinita e comporta dolori di entità moderata e tendenzialmente localizzati ai lati del cranio.
La cefalea a grappolo può, al pari di quella tensiva, presentarsi sia in forma cronica che episodica, colpisce principalmente la popolazione maschile e consta di attacchi ripetuti in periodi attivi, che tendono poi ad alternarsi a fasi più o meno estese prive di dolori. Nei periodi più attivi gli attacchi possono essere fino a tre al giorno e presentarsi in forma anche parecchio intensa.
Le cefalee secondarie, infine, sono quelle causate da altre patologie, quali tumori, emorragie, ictus, nevralgie, infezioni, traumi e disturbi psichiatrici: tra tutte le cefalee, quelle secondarie sono quelle da monitorare con la maggiore cura, in quanto rappresentano spesso il primo campanello d’allarme utile a rilevare l’insorgenza di una patologia pericolosa.

Cause e sintomi

Le cause che possono porsi alla base di episodi di cefalea in genere sono molteplici e quasi mai da sottovalutare, soprattutto in relazione a fenomeni che tendono a protrarsi nel tempo o a ripetersi con frequenza.
Come detto, nel caso della cefalea secondaria, a determinare l’insorgenza del forte mal di testa e dei dolori al collo e al cranio è sempre una patologia sviluppatasi precedentemente alla comparsa del sintomo.
Per tutte le altre tipologie di cefalea, le cause possono essere molteplici: tra i fattori di rischio rientrano lo stress, l’ansia e la depressione, ma anche la tendenza ad assumere posture errate o a fare un uso smodato di farmaci ed alcol.

La tac al cranio in caso di cefalea persistente

Il ricorso ad una tac al cranio presso una struttura specializzata rappresenta uno dei passaggi fondamentali nel contesto dell’attività di indagine medica.
Questo accertamento permette di ottenere indicazioni piuttosto precise relative allo stato di salute del cervello, dei seni paranasali, delle orbite e dell’intera struttura ossea e sanguigna del cranio.
Con le apparecchiature più moderne attualmente impiegate presso i centri più attrezzati, come Medical Imaging, è possibile ottenere tomografie tridimensionali in grado di accelerare e raffinare ulteriormente il processo di diagnosi, diminuendo al minimo i margini di errore.
La TAC al cranio richiede, per il suo corretto svolgimento, che il paziente sia fatto sdraiare su un lettino ed introdotto all’interno di uno scanner tubolare che, attraverso un moto di rotazione attorno al cranio, permette di effettuare i rilevamenti necessari alla diagnosi.
La TAC alla testa ha una durata limitata a pochissimi minuti ed è fondamentale per addivenire ad una diagnosi tempestiva di patologie gravi quali tumori, disturbi psichiatrici, emorragie, ictus e infezioni.

L’importanza della visita gastroenterologica nella diagnostica delle intolleranze

visita gastroenterologica intolleranze

Con il termine gastroenterologia s’intende lo studio della cura delle patologie che interessano lo stomaco, l’intestino e in generale l’apparato digerente. Questa branca medica ha vasti ambiti di competenza, poiché i disturbi a carico dell’apparato digerente risultano sempre specifici e numerosi. Per tale motivo, sempre più pazienti si rivolgono ad uno specialista, il gastroenterologo, per un maggiore approfondimento in materia. La visita gastroenterologica è la prima tappa per la valutazione clinica del paziente, dovuta ad una serie di sintomatologie quali il bruciore allo stomaco, mal di pancia e nausea, e risulta molto utile per diagnosticare le problematiche gastroenterologiche esistenti che possono interessare malattie dell’intestino tenue, dell’esofago dello stomaco, del colon del retto, del pancreas e del fegato. Per una valutazione sicura e dettagliata, il gastroenterologo necessita anche di attente analisi concernenti lo stile di vita del paziente e ai caratteri familiari, in base ai quali deciderà se è opportuno approfondire la ricerca con esami specialistici.
Molto spesso, i pazienti devono eseguire questa visita specialistica anche a causa di problemi alimentari, come possono essere le intolleranze.

Che differenza c’è tra intolleranza e allergia alimentare

Il campo delle intolleranze alimentari è in continua evoluzione, infatti, circa il 50% della popolazione ne è affetta. Spesso, in ambito alimentare, si fa confusione tra allergia ed intolleranza alimentare, poiché entrambe manifestano una sorta di fastidio ad una determinata sostanza presente negli alimenti, ma dal punto di vista clinico sono completamente opposte. La differenza principale si basa per quanto riguarda l’allergia in una reazione di tipo immunologico, ossia legata al sistema immunitario, mediata da immunoglobuline della classe IgE, mentre l’intolleranza è una reazione di difesa dell’organismo relativa all’assenza di un determinato enzima che consente di digerire l’alimento causante il fastidio.
Le intolleranze alimentari sono un fenomeno che negli ultimi tempi si sta diffondendo in mondo esponenziale e i suoi sintomi, generalmente, non sono immediati e acuti come nel caso delle allergie. Anzi, di solito si manifestano in età adulta mediante mal di testa o bruciori intestinali. Tali disturbi hanno sicuramente un fondamento genetico, difatti è possibile individuare la patologia eseguendo specifici test del DNA, attuando in tal modo la dieta migliore per il proprio organismo.

Quali sono le intolleranze alimentari più comuni?

La giusta alimentazione è fondamentale per il benessere del nostro organismo, ma non tutti gli individui riescono ad assimilare tutte le tipologie di cibi presenti nel mercato.
Una delle intolleranze maggiormente conosciute è quella al lattosio, ossia un tipico caso d’intolleranza enzimatica. Tale tipologia d’intolleranza è causata dal mal funzionamento delle disaccaridasi (enzimi che hanno la funzione di metabolizzare i carboidrati) in modo più specifico, è provocato dalla carenza di enzima lattasi che impedisce all’organismo di digerire il lattosio, cioè uno zucchero che rappresenta il 98% dei carboidrati presenti nel latte.
La lattasi dovrebbe discernere il lattosio in zuccheri più semplici per permetterne il conseguente assorbimento gastrointestinale, diversamente, il soggetto sarà intollerante al lattosio.
Le sintomatologie tipiche d’intolleranza al lattosio, si manifestano generalmente entro poche ore dall’assunzione di latte o altri cibi che contengono una certa quantità di lattosio (come gli alimenti confezionati), provocando dolori e crampi addominali, flatulenza, scariche diarroiche, meteorismo, scariche diarroiche. Non esiste una cura definitiva per l’intolleranza al lattosio, si può parlare più di un regime alimentare che preveda una riduzione di alimenti contenenti lattosio.

Altra intolleranza enzimatica è il favismo, ossia una patologia genetica relativa a determinati enzimi contenuti nei globuli rossi. I soggetti affetti da favismo presentano la mancanza della glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD), che comporta problematiche a livello degli eritociti (globuli rossi), poiché il G6DP risulta essenziale per la sopravvivenza e il giusto funzionamento degli stessi.Per le persone affette è sconsigliabile l’assunzione di fave, piselli e verbena, in quanto tali alimenti potrebbero inibire l’enzima G6DP, comportando l’emolisi acuta con ittero, in seguito ad un’alta concentrazione di bilirubina nel sangue. I sintomi si manifestano dopo 12-48 ore dall’ingestione di tali legumi, provocando una carnagione giallastra, urine scure e le sclere oculari appaiono di un colore giallo intenso. Tale intolleranza è trasmessa geneticamente mediante il cromosoma X, motivo per cui, i maschi sono maggiormente colpiti rispetto alle donne.

Meritevole di attenzione è anche l’intolleranza al glutine che comporta l’insorgere della celiachia, una particolare patologia che interessa l’apparato intestinale. I soggetti affetti da tale intolleranza non riescono ad assorbire il glutine, cioè una sostanza composta da due tipi di proteine contenuta in alcuni cereali come il frumento, il farro, la segale e nel grano.
Queste proteine permettono alle farine di poter lievitare e acquistare consistenza al pane, prima della cottura in forno, ma tra loro, è contenuta una molecola detta gliadina che va a determinare la reazione immunitaria portatrice della celiachia.
Buona parte della popolazione riesce a digerire e metabolizzare il glutine, ma nei soggetti celiaci tale proteina non viene assorbita e trasformata in antigene, ossia considerata velenosa dall’organismo attivando così una serie di reazioni immunitarie infiammatorie.
I sintomi più comuni della celiachia sono:

  • dolore addominali;
  • diarrea cronica;
  • crampi muscolari;
  • ritardo nella crescita;
  • anemia;
  • flatulenza.

Attualmente non esiste una cura definitiva, l’unica “terapia” è una dieta priva di glutine che il soggetto dovrà seguire rigidamente per tutta la vita, cosicché i sintomi cesseranno e si potranno prevenire le potenziali patologie causate dal malassorbimento.

Le intolleranze possono essere provocate anche per la presenza in determinati cibi di sostanze ad attività farmacologica come le amine vasoattive, la caffeina e l’alcol etilico.
In particolare le ammine biogene sono composti azotati realizzati per decarbossilazione microbica degli amminoacidi. Dato che questi microorganismi sono presenti nell’ambiente, possono facilmente essere contenuti in cibi e bevande. Essi sono maggiormente presenti nei cibi che deperiscono velocemente e sono ricchi di amminoacidi,come carni, pesce, salumi, vino e latticini.
In condizioni normali l’organismo è in grado di neutralizzare le ammine biogene, grazie all’attività svolta da particolari enzimi e all’azione detossificante del fegato, qualora tale meccanismo non funzioni si vanno a determinare i diversi livelli di intolleranza. Per evitare il formarsi di questi microrganismi è consigliabile consumare i cibi secondo le scadenze fissate sulle etichette.

Quali sono i sintomi di un’intolleranza?

I sintomi più comuni collegati a tutte le tipologie d’intolleranze alimentari sono:

  • acne
  • afte
  • bruciore di stomaco
  • cattiva digestione
  • colica
  • crampi addominali
  • diarrea
  • flatulenza
  • mal di stomaco
  • mal di testa
  • stitichezza
  • nausea

Oltre ai sintomi appena elencati le intolleranze alimentari, si possono causare disturbi anche a livello gastrointestinale che possono manifestarsi col tempo. In tal caso si manifestano improvvisi cambiamenti di peso, gastrite, sindrome dell’intestino irritabile, colite o iperacidità.

In cosa consiste la visita gastroenterologica

La visita gastroenterologica è un esame che consente di comprendere le problematiche relative l’apparato digerente nel suo complesso. Mediante quest’esame è possibile individuare le patologie che interessano gli organi legati al processo digestivo quali l’esofago, lo stomaco, il pancreas, il fegato, ecc. In una prima fase il gastroenterologo raccoglie tutte le informazioni utili a ricostruire la storia clinica del paziente, analizzando i sintomi riferiti. Qualora il medico richieda ulteriori indagini è necessario effettuare esami più dettagliati di carattere endoscopico o radiologico.
Per eseguire la visita con il gastroenterologo non è necessario il digiuno e di norma non viene richiesta l’osservanza di nessun tipo di preparazione.

L’aiuto del cardiologo per prevenire l’infarto

cardiologo prevenzione infarti

La cardiologia è quella branca medica che s’interessa dello studio delle malattie cardiovascolari che rappresentano, nel mondo occidentale, la prima causa di mortalità (50% del totale dei paesi sviluppati e 25% nei paesi in via di sviluppo). Le principali malattie cardiache sono l’angina stabile da sforzo (secondario ad attacchi d’ischemia miocardica), l’angina instabile e l’infarto del miocardio, provocati essenzialmente, oltre che da una predisposizione genetica, anche da uno stile di vita sregolato, basato su abitudini sbagliate. Lo studio e l’analisi di tale disciplina sono effettuati dal cardiologo, medico chirurgo che si occupa della cura, della prevenzione e della riabilitazione del paziente nella fase successiva all’intervento.

Di cosa si occupa il cardiologo?

Grazie agli sviluppi della medicina, ogni cardiologo è specializzato in un determinato settore della sua branca medica. In particolare, gli ambiti di specializzazione della cardiologia moderna sono:

  • La cardiologia pediatrica.
  • La cardiologia clinica per adulti.
  • La diagnostica cardiologica avanzata: i medici si dedicano allo studio degli esami di diagnostica per immagini, relative al cuore e ai vasi sanguigni.
  • La cardiologia interventistica: gli specialisti interventisti possiedono le competenze idonee per l’impiego di procedure diagnostiche e terapeutiche sofisticate, come l’angioplastica o la coronarografia.

Infarto: l’importanza di un aiuto tempestivo

L’infarto del miocardio è provocato da un improvviso restringimento o da un’occlusione dei vasi coronatici interessati del trasporto del sangue ossigenato alle cellule cardiache. Tale interruzione del flusso sanguigno comporta in pochi attimi alla sofferenza cellulare e successivamente alla morte del tessuto vascolarizzato delle arterie interessate.
Generalmente, l’infarto si presenta con un dolore toracico (angina) prolungato di circa 20 minuti, che non regredisce in modo spontaneo. Il dolore si presenta localizzato dietro lo sterno, ma anche sopra lo stomaco, è descritto come una vera “morsa” al centro del petto, per poi irradiarsi verso il braccio sinistro arrivando alla spalla, collo e scapole. Il tutto può essere accompagnato da sudorazione fredda, nausea e vomito.
Altri sintomi abbastanza atipici sono lo svenimento, che si manifesta in un caso su dieci, e l’assenza di dolore durante l’infarto, che colpisce maggiormente i soggetti diabetici.

Numerosi sono i fattori che favoriscono la formazione di placche aterosclerotiche, motivo principale d’infarto miocardico, ma in particolare sono maggiormente sottoposti al rischio di un attacco di cuore i soggetti che:

  • Fumano
  • Sono ipertesi
  • Sono obesi, soprattutto se la massa adiposa è posizionata a livello addominale
  • Fanno abuso di alcol e/o droghe
  • Hanno un familiare che è stato colpito da infarto
  • Sono di sesso maschile (anche se il rischio per le donne è aumentato notevolmente dopo i 55 anni, in seguito alla fine del periodo di fertilità)
  • Sono particolarmente stressati, registrando un aumento di cortisolo, ossia l’ormone dello stress.

Il ruolo del cardiologo per chi soffre di problemi cardiovascolari

Nelle malattie del cuore la prevenzione cardiovascolare è un aspetto primario per la tutela del proprio benessere. A tal proposito, è importante fare molta attenzione sia ai fattori di rischio concernente lo stile di vita sia le alterazioni metaboliche.

Il cardiologo gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione, infatti, la visita cardiologica e l’elettrocardiogramma sono gli esami base per determinare lo stato del cuore, mentre l’ecocardiogramma (ECG) con ecodoppler a riposo è un esame di secondo livello, essenziale soprattutto nei pazienti che soffrono di aritmie, grazie al quale è possibile studiare le potenziali malattie cardiopatiche o delle valvole cardiache. L’esame ha una durata massima di 15 minuti e prevede l’uso di ultrasuoni attraverso una sonda collocata sul torace. La visita non è invasiva e non richiede nessun tipo di preparazione prima dell’esecuzione. Spesso, quest’esame è consigliato anche dopo un intervento chirurgico.

Molto efficace per la prevenzione è anche l’ECG e Holter cardiaco, utilizzato per studiare le aritmie cardiache, le perdite di coscienza, il cardiopalmo e i casi di vertigini, perché controlla il cuore mediante una serie di elettrodi collegati ad un apparecchio portatile, posizionati sul torace del paziente. La durata di questo test è variabile, prevede un utilizzo minimo di 24 ore, fino ad un massimo di 7 giorni.
Il centro diagnostico Medical Imaging offre a chi necessita di un Cardiologo a Caserta, la possibilità di effettuare esami specifici come l’ecocardiogramma con ecodoppler cardiaco a riposo e l’Holter cardiaco.

Alimentazione e vita sana oltre il cardiologo

Come già anticipato, le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità nel mondo occidentale, dunque, è importante modificare tale valore, conoscendo i fattori di rischio e tentando di correggerli nel modo migliore fin da subito. Difatti, fin da bambini è importante una corretta alimentazione accompagnata da una costante attività fisica, al fine di condurre un sano stile di vita.

Per quanto concerne l’alimentazione, bisogna mangiare poco ed in modo diversificato, nutrendosi di frutta e verdura di stagione, scegliendo le proteine vegetali a quelle animali e riducendo l’assunzione di carboidrati e grassi. Ovviamente, una sana alimentazione deve essere associata ad una corretta attività fisica, che stimoli non solo il corpo, ma anche la mente.

Infertilità e l’utilità dell’ecografia pelvica

eco pelvica infertilità

Avere un figlio è una grande gioia, ma, a volte, non è per niente facile. Troppo spesso sentiamo di coppie apparentemente sane che non riescono ad avere un bebè a causa di ostacoli non conosciuti, poiché si iniziano ad avere i primi sospetti di infertilità solo nel momento in cui si palesano delle complicazioni per quanto concerne il concepimento.
Come ben sappiamo, alle donne è consigliato eseguire una visita di routine all’anno dal proprio ginecologo, quindi spesso si viene a conoscenza degli eventuali problemi di concepimento ancor prima dei tentativi. All’uomo, invece, non sono dati gli stessi consigli, ed è per questo che a volte è troppo tardi.

Con il termine infertilità s’intende l’incapacità di ottenere una gravidanza dopo 12 mesi di rapporti regolari mirati al concepimento. Tuttavia, si sono verificati casi in cui coppie hanno concepito un figlio anche dopo 24 mesi di tentativi, quindi, molti preferiscono parlare di infertilità solo al decorrere dei due anni.
Le cause che portano a tale condizione possono essere molteplici ed interessano entrambi i sessi. Tracciare una stima dei diversi fattori d’infertilità è abbastanza complicato, poiché i dati riguardano solo le coppie che si rivolgono ai centri per la procreazione assistita e non sull’intera popolazione. In base al Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita i dati raccolti sono i seguenti:

  • Infertilità maschile il 29,3%
  • Infertilità femminile il 37,1%
  • Infertilità maschile e femminile il 17,6%
  • Infertilità idiopatica (quando il medico non ha potuto determinare la causa dell’infertilità della coppia) il 15,1%
  • Fattore genetico il 0,9%

Perché l’ecografia pelvica è utile?

Mediante l’ecografia pelvica è possibile lo studio della vescica e della prostata nei pazienti di sesso maschile e dell’utero e delle ovaie nelle pazienti di sesso femminile. L’obiettivo è di visualizzare il funzionamento e la morfologia di questi organi, al fine d’individuare le potenziali masse atipiche.
Attraverso uno studio continuo dei pazienti, il medico sarà in grado di ottenere un referto completo: monitorando tutte le fasi del ciclo (in caso di infertilità femminile) ed eseguendo ripetute ecografie pelviche, si potrà definire un quadro completo per comprendere l’eventuale problematica che comporta l’infertilità

Cos’è l’ecografia pelvica?

L’ecografia pelvica è un esame diagnostico non invasivo, che consente di ottenere immagini delle strutture presenti nello scavo pelvico, quali vescica urinaria, genitali e prostata. Attraverso questa visita è possibile studiare potenziali masse anomale, al fine di poter intervenire tempestivamente qualora il caso lo richiedesse, adottando le giuste terapie di riferimento. L’ecografia pelvica permette lo studio dettagliato di ogni caso clinico relativo alla zona sottostante l’addome e può essere eseguita sia dalla donna sia dall’uomo, ad opera rispettivamente del ginecologo e dell’urologo. La visita è compiuta a vescica distesa e necessariamente piena, senza urinare fino a quando l’indagine ecografica non è terminata. Durante l’esame il paziente è fatto distendere su un lettino in posizione supina e dopo aver applicato un gel per favorire il passaggio degli ultrasuoni, si procede alla visita. La durata media è di 15- 20 minuti, non è dolorosa e non comporta rischi, poiché non sfrutta radiazioni ionizzanti, ma onde a ultrasuoni, non udibili dall’orecchio umano ed innocue per l’organismo.
Si può eseguire la visita pelvica anche durante il periodo mestruale, sta al medico la decisione di rinvio della prestazione qualora il ciclo mestruale provocasse delle modifiche morfologiche ad utero ed ovaie, alterando la corretta valutazione dell’esame stesso.

L’ecografia pelvica non rappresenta l’unico esame valido, ma esistono altre visite da eseguire sotto consiglio medico per accertare pienamente una possibile infertilità.

Si può prevenire l’infertilità?

La ricerca medica ha evidenziato un ruolo sempre crescente di fattori psico-sociali d’infertilità maschile e femminile, legati allo stile di vita (problemi di peso, vita sedentaria, ecc…), all’età tardiva della donna al momento di avere un figlio, all’uso di droghe, all’abuso di alcol, all’inquinamento e al fumo.

In particolare, l’infertilità maschile deriva principalmente dalle alterazioni del liquido seminale, composto di una parte cellulare (spermatozoi) ed una liquida. Il fattore determinante la fertilità sono proprio gli spermatozoi, che devono avere particolari caratteristiche: devono essere in numero adeguato e avere una corretta motilità. Altro fattore, anche se non sempre decisivo dell’infertilità, è il varicocele, ossia l’ingrossamento della vena del testicolo che può essere corretta tramite chirurgia, ma ha effetto solo se eseguito prima dei 30 anni.

Invece, le cause d’infertilità femminile sono fortemente legate ad alterazioni anatomiche o funzionali che si verificano negli organi della riproduzione (ovaio, tube, utero). Per quanto riguarda il livello ovarico, le cause sono riscontrabili nell’anovulazione, ossia quando l’ovaio non è in grado di garantire l’ovulazione, oppure nell’amenorrea (assenza del ciclo mestruale), provocato dalla sindrome dell’ovaio policistico, dallo stress o da situazioni di menopausa anticipata.
L’infertilità provocata dall’alterazione delle tube, invece, si manifesta quando le stesse possono essere occluse, parzialmente aperte o dislocate. Le patologie tubariche possono essere causate da infezioni e da endometriosi.
Infine, le cause uterine d’infertilità sono generalmente le malformazioni dell’organo, la presenza di fibromi all’interno della cavità, le infezioni del canale cervicale o la cattiva qualità del muco del canale vaginale.

Per prevenire l’infertilità di coppia è consigliabile fare attenzione alle infezioni, avere un corretto peso-forma e non fumare. Per la donna, non allungare i periodi di attesa per il concepimento di un figlio, giacché dopo i 30 anni si manifesta un calo significativo della riserva ovarica; per l’uomo, invece, è importante evitare indumenti troppo stretti, e anche proteggersi dal sole, poiché il caldo può danneggiare gli spermatozoi.

Novità e sviluppi nella lotta contro i tumori

lotta contro il cancro

Con il termine cancro (o tumore) s’indica, in medicina, una neoformazione tumorale, ossia una massa abnorme di tessuto estraneo alla naturale struttura dell’organismo, originata dalla proliferazione di cellule anomale. La neoformazione tumorale, durante la sua crescita, comporta un danno alle strutture anatomiche all’interno delle quali si sviluppa e, il più delle volte, va ad attaccare e distruggere anche le strutture sane limitrofe. L’elemento caratterizzante del cancro è la rapidità con cui si diffonde, originando metastasi, cioè la diffusione delle neoformazioni tumorali in una sede differente da quella di origine.

Ogni anno, in Italia, si scoprono circa 1.000 nuovi casi di cancro e in riferimento ai dati pubblicati dall’ISTAT, nel 2013 (ultimo anno di riferimento al momento disponibile), si sono verificati poco più di 176.000 decessi attribuiti al tumore, divenendo la seconda causa di morte (29% dei decessi), dopo le malattie cardio-circolatorie (37%).
Dal momento in cui il tumore inizia a svilupparsi e a crescere in modo esponenziale, difficilmente è intercettato dalla persona affetta, perché i primi sintomi si manifestano solo quando la massa cancerosa ha raggiunto dimensioni considerevoli.

Data la molteplicità di tipologie di tumori che colpiscono l’uomo, è difficile stilare una lista definita di tutti i possibili sintomi. Tuttavia, è importante che s’imparino a riconoscere dei segnali meritevoli di approfondimenti, come:

  • inspiegabili perdite di peso;
  • dolori localizzati;
  • stati febbrili ricorrenti;
  • mal di testa frequenti con vomito;
  • rigonfiamenti insoliti;
  • presenza di noduli al seno o in altre zone.

Tutte queste caratteristiche concernono i tumori maligni; invece, quelli benigni crescono in modo più lento e non si diffondono in altre parti del corpo. Tuttavia, è importante sapere che alcuni tipi di tumori benigni, col passare del tempo, potrebbero tramutarsi in neoplasie maligne.

L’importanza di una vita sana

Individuare le cause scatenanti del cancro è particolarmente complicato data la varietà di tumori. Tuttavia, adottando uno stile di vita sano è possibile diminuire le possibilità d’avvento patologico. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) ha stilato nel Codice europeo contro il cancro, tutte le indicazioni da seguire, in particolare:

  • non fumare ed evitare il fumo passivo;
  • evitare il consumo di bevande alcoliche;
  • seguire un’alimentazione sana;
  • mantenere un giusto peso corporeo;
  • svolgere attività fisica;
  • non trascurare la prevenzione.

Ovviamente, un tenore di vita sano non esclude completamente l’avvento della malattia, poiché le mutazioni genetiche che comportano l’insorgere del tumore possono essere causate da fattori diversi, non qualificabili.

Una delle domande più frequenti concerne l’ereditarietà del tumore. A tal proposito, è importante sapere che la maggior parte delle mutazioni che comportano l’avvento dei tumori sono somatiche, ossia intervengono nella stessa cellula somatica (fegato, pancreas, ecc…) che poi diverrà tumore, senza interessare le cellule genetiche. Si comprende, dunque, che non sono ereditarie. Tuttavia, esistono alcuni casi, i cosiddetti “tumori ereditari”, dove le mutazioni sono costitutive, cioè presenti in tutte le cellule della persona. In questo caso, le cellule “malate” si trovano nel DNA e si tramandano di generazione in generazione e quindi l’individuo nasce con un patrimonio genetico potenzialmente tendente all’insorgere della malattia.

Come si diagnosticano e curano i tumori?

Generalmente, l’iter diagnostico inizia sottoponendosi alla visita di un medico di medicina generale, il quale, se lo ritiene opportuno, suggerisce di consultare uno specialista in materia per un controllo più approfondito ed eventuali esami.
L’ecografia, la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata, sono esami molto validi. Nello specifico, la risonanza magnetica, è un esame diagnostico che permette di rilevare in modo dettagliato le immagini del corpo umano, utilizzando solamente onde radio e campi elettromagnetici. Presso Medical Imaging, è possibile eseguire la RM aperta, per ovviare a problemi di claustrofobia e per facilitare la visita, soprattutto per gli anziani e i bambini. Per eseguire la risonanza, il paziente dovrà liberarsi di qualsiasi tipo di oggetto o indumento che contenga metallo, poi, si stenderà sopra un lettino, il quale verrà posizionato tra i poli magnetici. L’esame non provoca nessun tipo di dolore, qualora i pazienti fossero disturbati dai rumori emessi dalla macchina, è possibile usufruire di normali tappi per orecchie o delle cuffie.

Novità nel campo medico

Le ricerche per la prevenzione e la cura del cancro sono in continua evoluzione. Una recente scoperta è pervenuta dal gruppo di ricercatori, che hanno posto il loro interesse su i lisosomi, ossia parti cellulari coinvolti nell’azione di un ampio gruppo di malattie rare. Gli studiosi hanno dimostrato che, in casi particolarmente gravosi, i lisosomi, mediante i loro enzimi, non svolgono adeguatamente il loro compito, cioè di neutralizzare le sostanze di scarto, di conseguenza, tali elementi vanno ad accumularsi nelle cellule danneggiandole. Approfondendo gli studi, si è compreso che i lisosomi funzionano degradando le molecole già utilizzate per trasformarle in energia, rappresentando un’utile risorsa per l’organismo. Dunque, quando gli enzimi non eseguono la loro funzione, le cellule tumorali proliferano. Tale scoperta potrebbe suggerire una nuova strategia terapeutica da adottare nella lotta al cancro.