Cefalea: diagnosticarla con la tac al cranio

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La cefalea, patologia comunemente nota anche come “mal di testa”, è un fenomeno parecchio diffuso che può essere generato da numerose cause diverse ed essere a sua volta sintomo di un’ampia gamma di disturbi.
La cefalea, che può provocare dolore in qualsiasi area del cranio e del collo, viene percepita dalle strutture sensibili che circondano il cervello sebbene il tessuto cerebrale non sia effettivamente sensibile allo stimolo del dolore. Le strutture presenti nel cranio in grado di percepire il dolore sono il perostio, i muscoli, i nervi, le arterie, le vene, gli occhi, i tessuti sottocutanei, le mucose ed i seni paranasali.
In base alla sua intensità il mal di testa viene classificato secondo una scala di valori, che comunemente fa riferimento alla gerarchia dell’International Headache Society.Essa può presentarsi, dunque, con dolori più o meno intensi e persistenti, ne soffre il 46% della popolazione mondiale e può comportare conseguenze anche invalidanti.
Si stima che più della metà dei soggetti afflitti da cefalea non sia solita a consultarsi con il proprio medico curante in seguito al manifestarsi dei primi sintomi: questo comportamento è da ritenersi improvvido in quanto la cefalea, come detto, può essere il primo sintomo di patologie gravi.

Differenza tra emicrania, cefalea e mal di testa

Occorre prima di tutto chiarire quali differenze concettuali siano sottese da queste tre denominazioni: il mal di testa non è di per sé una malattia, ma, al contrario, la diretta conseguenza della cefalea. L’emicrania, da par sua, è una forma di cefalea particolarmente intensa e spesso invalidante: si presenta con attacchi periodici, spesso ampiamente intervallati, può essere indotta da concause ambientali e fisiche, comporta dolori pulsanti e monolaterali e tende ad associarsi a nausea.

Tipi di cefalee

Esistono diversi tipi di cefalea: quella tensiva rappresenta la forma più diffusa, determina attacchi di durata indefinita e comporta dolori di entità moderata e tendenzialmente localizzati ai lati del cranio.
La cefalea a grappolo può, al pari di quella tensiva, presentarsi sia in forma cronica che episodica, colpisce principalmente la popolazione maschile e consta di attacchi ripetuti in periodi attivi, che tendono poi ad alternarsi a fasi più o meno estese prive di dolori. Nei periodi più attivi gli attacchi possono essere fino a tre al giorno e presentarsi in forma anche parecchio intensa.
Le cefalee secondarie, infine, sono quelle causate da altre patologie, quali tumori, emorragie, ictus, nevralgie, infezioni, traumi e disturbi psichiatrici: tra tutte le cefalee, quelle secondarie sono quelle da monitorare con la maggiore cura, in quanto rappresentano spesso il primo campanello d’allarme utile a rilevare l’insorgenza di una patologia pericolosa.

Cause e sintomi

Le cause che possono porsi alla base di episodi di cefalea in genere sono molteplici e quasi mai da sottovalutare, soprattutto in relazione a fenomeni che tendono a protrarsi nel tempo o a ripetersi con frequenza.
Come detto, nel caso della cefalea secondaria, a determinare l’insorgenza del forte mal di testa e dei dolori al collo e al cranio è sempre una patologia sviluppatasi precedentemente alla comparsa del sintomo.
Per tutte le altre tipologie di cefalea, le cause possono essere molteplici: tra i fattori di rischio rientrano lo stress, l’ansia e la depressione, ma anche la tendenza ad assumere posture errate o a fare un uso smodato di farmaci ed alcol.

La tac al cranio in caso di cefalea persistente

Il ricorso ad una tac al cranio presso una struttura specializzata rappresenta uno dei passaggi fondamentali nel contesto dell’attività di indagine medica.
Questo accertamento permette di ottenere indicazioni piuttosto precise relative allo stato di salute del cervello, dei seni paranasali, delle orbite e dell’intera struttura ossea e sanguigna del cranio.
Con le apparecchiature più moderne attualmente impiegate presso i centri più attrezzati, come Medical Imaging, è possibile ottenere tomografie tridimensionali in grado di accelerare e raffinare ulteriormente il processo di diagnosi, diminuendo al minimo i margini di errore.
La TAC al cranio richiede, per il suo corretto svolgimento, che il paziente sia fatto sdraiare su un lettino ed introdotto all’interno di uno scanner tubolare che, attraverso un moto di rotazione attorno al cranio, permette di effettuare i rilevamenti necessari alla diagnosi.
La TAC alla testa ha una durata limitata a pochissimi minuti ed è fondamentale per addivenire ad una diagnosi tempestiva di patologie gravi quali tumori, disturbi psichiatrici, emorragie, ictus e infezioni.

L’importanza della visita gastroenterologica nella diagnostica delle intolleranze

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Con il termine gastroenterologia s’intende lo studio della cura delle patologie che interessano lo stomaco, l’intestino e in generale l’apparato digerente. Questa branca medica ha vasti ambiti di competenza, poiché i disturbi a carico dell’apparato digerente risultano sempre specifici e numerosi. Per tale motivo, sempre più pazienti si rivolgono ad uno specialista, il gastroenterologo, per un maggiore approfondimento in materia. La visita gastroenterologica è la prima tappa per la valutazione clinica del paziente, dovuta ad una serie di sintomatologie quali il bruciore allo stomaco, mal di pancia e nausea, e risulta molto utile per diagnosticare le problematiche gastroenterologiche esistenti che possono interessare malattie dell’intestino tenue, dell’esofago dello stomaco, del colon del retto, del pancreas e del fegato. Per una valutazione sicura e dettagliata, il gastroenterologo necessita anche di attente analisi concernenti lo stile di vita del paziente e ai caratteri familiari, in base ai quali deciderà se è opportuno approfondire la ricerca con esami specialistici.
Molto spesso, i pazienti devono eseguire questa visita specialistica anche a causa di problemi alimentari, come possono essere le intolleranze.

Che differenza c’è tra intolleranza e allergia alimentare

Il campo delle intolleranze alimentari è in continua evoluzione, infatti, circa il 50% della popolazione ne è affetta. Spesso, in ambito alimentare, si fa confusione tra allergia ed intolleranza alimentare, poiché entrambe manifestano una sorta di fastidio ad una determinata sostanza presente negli alimenti, ma dal punto di vista clinico sono completamente opposte. La differenza principale si basa per quanto riguarda l’allergia in una reazione di tipo immunologico, ossia legata al sistema immunitario, mediata da immunoglobuline della classe IgE, mentre l’intolleranza è una reazione di difesa dell’organismo relativa all’assenza di un determinato enzima che consente di digerire l’alimento causante il fastidio.
Le intolleranze alimentari sono un fenomeno che negli ultimi tempi si sta diffondendo in mondo esponenziale e i suoi sintomi, generalmente, non sono immediati e acuti come nel caso delle allergie. Anzi, di solito si manifestano in età adulta mediante mal di testa o bruciori intestinali. Tali disturbi hanno sicuramente un fondamento genetico, difatti è possibile individuare la patologia eseguendo specifici test del DNA, attuando in tal modo la dieta migliore per il proprio organismo.

Quali sono le intolleranze alimentari più comuni?

La giusta alimentazione è fondamentale per il benessere del nostro organismo, ma non tutti gli individui riescono ad assimilare tutte le tipologie di cibi presenti nel mercato.
Una delle intolleranze maggiormente conosciute è quella al lattosio, ossia un tipico caso d’intolleranza enzimatica. Tale tipologia d’intolleranza è causata dal mal funzionamento delle disaccaridasi (enzimi che hanno la funzione di metabolizzare i carboidrati) in modo più specifico, è provocato dalla carenza di enzima lattasi che impedisce all’organismo di digerire il lattosio, cioè uno zucchero che rappresenta il 98% dei carboidrati presenti nel latte.
La lattasi dovrebbe discernere il lattosio in zuccheri più semplici per permetterne il conseguente assorbimento gastrointestinale, diversamente, il soggetto sarà intollerante al lattosio.
Le sintomatologie tipiche d’intolleranza al lattosio, si manifestano generalmente entro poche ore dall’assunzione di latte o altri cibi che contengono una certa quantità di lattosio (come gli alimenti confezionati), provocando dolori e crampi addominali, flatulenza, scariche diarroiche, meteorismo, scariche diarroiche. Non esiste una cura definitiva per l’intolleranza al lattosio, si può parlare più di un regime alimentare che preveda una riduzione di alimenti contenenti lattosio.

Altra intolleranza enzimatica è il favismo, ossia una patologia genetica relativa a determinati enzimi contenuti nei globuli rossi. I soggetti affetti da favismo presentano la mancanza della glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD), che comporta problematiche a livello degli eritociti (globuli rossi), poiché il G6DP risulta essenziale per la sopravvivenza e il giusto funzionamento degli stessi.Per le persone affette è sconsigliabile l’assunzione di fave, piselli e verbena, in quanto tali alimenti potrebbero inibire l’enzima G6DP, comportando l’emolisi acuta con ittero, in seguito ad un’alta concentrazione di bilirubina nel sangue. I sintomi si manifestano dopo 12-48 ore dall’ingestione di tali legumi, provocando una carnagione giallastra, urine scure e le sclere oculari appaiono di un colore giallo intenso. Tale intolleranza è trasmessa geneticamente mediante il cromosoma X, motivo per cui, i maschi sono maggiormente colpiti rispetto alle donne.

Meritevole di attenzione è anche l’intolleranza al glutine che comporta l’insorgere della celiachia, una particolare patologia che interessa l’apparato intestinale. I soggetti affetti da tale intolleranza non riescono ad assorbire il glutine, cioè una sostanza composta da due tipi di proteine contenuta in alcuni cereali come il frumento, il farro, la segale e nel grano.
Queste proteine permettono alle farine di poter lievitare e acquistare consistenza al pane, prima della cottura in forno, ma tra loro, è contenuta una molecola detta gliadina che va a determinare la reazione immunitaria portatrice della celiachia.
Buona parte della popolazione riesce a digerire e metabolizzare il glutine, ma nei soggetti celiaci tale proteina non viene assorbita e trasformata in antigene, ossia considerata velenosa dall’organismo attivando così una serie di reazioni immunitarie infiammatorie.
I sintomi più comuni della celiachia sono:

  • dolore addominali;
  • diarrea cronica;
  • crampi muscolari;
  • ritardo nella crescita;
  • anemia;
  • flatulenza.

Attualmente non esiste una cura definitiva, l’unica “terapia” è una dieta priva di glutine che il soggetto dovrà seguire rigidamente per tutta la vita, cosicché i sintomi cesseranno e si potranno prevenire le potenziali patologie causate dal malassorbimento.

Le intolleranze possono essere provocate anche per la presenza in determinati cibi di sostanze ad attività farmacologica come le amine vasoattive, la caffeina e l’alcol etilico.
In particolare le ammine biogene sono composti azotati realizzati per decarbossilazione microbica degli amminoacidi. Dato che questi microorganismi sono presenti nell’ambiente, possono facilmente essere contenuti in cibi e bevande. Essi sono maggiormente presenti nei cibi che deperiscono velocemente e sono ricchi di amminoacidi,come carni, pesce, salumi, vino e latticini.
In condizioni normali l’organismo è in grado di neutralizzare le ammine biogene, grazie all’attività svolta da particolari enzimi e all’azione detossificante del fegato, qualora tale meccanismo non funzioni si vanno a determinare i diversi livelli di intolleranza. Per evitare il formarsi di questi microrganismi è consigliabile consumare i cibi secondo le scadenze fissate sulle etichette.

Quali sono i sintomi di un’intolleranza?

I sintomi più comuni collegati a tutte le tipologie d’intolleranze alimentari sono:

  • acne
  • afte
  • bruciore di stomaco
  • cattiva digestione
  • colica
  • crampi addominali
  • diarrea
  • flatulenza
  • mal di stomaco
  • mal di testa
  • stitichezza
  • nausea

Oltre ai sintomi appena elencati le intolleranze alimentari, si possono causare disturbi anche a livello gastrointestinale che possono manifestarsi col tempo. In tal caso si manifestano improvvisi cambiamenti di peso, gastrite, sindrome dell’intestino irritabile, colite o iperacidità.

In cosa consiste la visita gastroenterologica

La visita gastroenterologica è un esame che consente di comprendere le problematiche relative l’apparato digerente nel suo complesso. Mediante quest’esame è possibile individuare le patologie che interessano gli organi legati al processo digestivo quali l’esofago, lo stomaco, il pancreas, il fegato, ecc. In una prima fase il gastroenterologo raccoglie tutte le informazioni utili a ricostruire la storia clinica del paziente, analizzando i sintomi riferiti. Qualora il medico richieda ulteriori indagini è necessario effettuare esami più dettagliati di carattere endoscopico o radiologico.
Per eseguire la visita con il gastroenterologo non è necessario il digiuno e di norma non viene richiesta l’osservanza di nessun tipo di preparazione.

L’aiuto del cardiologo per prevenire l’infarto

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La cardiologia è quella branca medica che s’interessa dello studio delle malattie cardiovascolari che rappresentano, nel mondo occidentale, la prima causa di mortalità (50% del totale dei paesi sviluppati e 25% nei paesi in via di sviluppo). Le principali malattie cardiache sono l’angina stabile da sforzo (secondario ad attacchi d’ischemia miocardica), l’angina instabile e l’infarto del miocardio, provocati essenzialmente, oltre che da una predisposizione genetica, anche da uno stile di vita sregolato, basato su abitudini sbagliate. Lo studio e l’analisi di tale disciplina sono effettuati dal cardiologo, medico chirurgo che si occupa della cura, della prevenzione e della riabilitazione del paziente nella fase successiva all’intervento.

Di cosa si occupa il cardiologo?

Grazie agli sviluppi della medicina, ogni cardiologo è specializzato in un determinato settore della sua branca medica. In particolare, gli ambiti di specializzazione della cardiologia moderna sono:

  • La cardiologia pediatrica.
  • La cardiologia clinica per adulti.
  • La diagnostica cardiologica avanzata: i medici si dedicano allo studio degli esami di diagnostica per immagini, relative al cuore e ai vasi sanguigni.
  • La cardiologia interventistica: gli specialisti interventisti possiedono le competenze idonee per l’impiego di procedure diagnostiche e terapeutiche sofisticate, come l’angioplastica o la coronarografia.

Infarto: l’importanza di un aiuto tempestivo

L’infarto del miocardio è provocato da un improvviso restringimento o da un’occlusione dei vasi coronatici interessati del trasporto del sangue ossigenato alle cellule cardiache. Tale interruzione del flusso sanguigno comporta in pochi attimi alla sofferenza cellulare e successivamente alla morte del tessuto vascolarizzato delle arterie interessate.
Generalmente, l’infarto si presenta con un dolore toracico (angina) prolungato di circa 20 minuti, che non regredisce in modo spontaneo. Il dolore si presenta localizzato dietro lo sterno, ma anche sopra lo stomaco, è descritto come una vera “morsa” al centro del petto, per poi irradiarsi verso il braccio sinistro arrivando alla spalla, collo e scapole. Il tutto può essere accompagnato da sudorazione fredda, nausea e vomito.
Altri sintomi abbastanza atipici sono lo svenimento, che si manifesta in un caso su dieci, e l’assenza di dolore durante l’infarto, che colpisce maggiormente i soggetti diabetici.

Numerosi sono i fattori che favoriscono la formazione di placche aterosclerotiche, motivo principale d’infarto miocardico, ma in particolare sono maggiormente sottoposti al rischio di un attacco di cuore i soggetti che:

  • Fumano
  • Sono ipertesi
  • Sono obesi, soprattutto se la massa adiposa è posizionata a livello addominale
  • Fanno abuso di alcol e/o droghe
  • Hanno un familiare che è stato colpito da infarto
  • Sono di sesso maschile (anche se il rischio per le donne è aumentato notevolmente dopo i 55 anni, in seguito alla fine del periodo di fertilità)
  • Sono particolarmente stressati, registrando un aumento di cortisolo, ossia l’ormone dello stress.

Il ruolo del cardiologo per chi soffre di problemi cardiovascolari

Nelle malattie del cuore la prevenzione cardiovascolare è un aspetto primario per la tutela del proprio benessere. A tal proposito, è importante fare molta attenzione sia ai fattori di rischio concernente lo stile di vita sia le alterazioni metaboliche.

Il cardiologo gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione, infatti, la visita cardiologica e l’elettrocardiogramma sono gli esami base per determinare lo stato del cuore, mentre l’ecocardiogramma (ECG) con ecodoppler a riposo è un esame di secondo livello, essenziale soprattutto nei pazienti che soffrono di aritmie, grazie al quale è possibile studiare le potenziali malattie cardiopatiche o delle valvole cardiache. L’esame ha una durata massima di 15 minuti e prevede l’uso di ultrasuoni attraverso una sonda collocata sul torace. La visita non è invasiva e non richiede nessun tipo di preparazione prima dell’esecuzione. Spesso, quest’esame è consigliato anche dopo un intervento chirurgico.

Molto efficace per la prevenzione è anche l’ECG e Holter cardiaco, utilizzato per studiare le aritmie cardiache, le perdite di coscienza, il cardiopalmo e i casi di vertigini, perché controlla il cuore mediante una serie di elettrodi collegati ad un apparecchio portatile, posizionati sul torace del paziente. La durata di questo test è variabile, prevede un utilizzo minimo di 24 ore, fino ad un massimo di 7 giorni.
Il centro diagnostico Medical Imaging offre a chi necessita di un Cardiologo a Caserta, la possibilità di effettuare esami specifici come l’ecocardiogramma con ecodoppler cardiaco a riposo e l’Holter cardiaco.

Alimentazione e vita sana oltre il cardiologo

Come già anticipato, le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità nel mondo occidentale, dunque, è importante modificare tale valore, conoscendo i fattori di rischio e tentando di correggerli nel modo migliore fin da subito. Difatti, fin da bambini è importante una corretta alimentazione accompagnata da una costante attività fisica, al fine di condurre un sano stile di vita.

Per quanto concerne l’alimentazione, bisogna mangiare poco ed in modo diversificato, nutrendosi di frutta e verdura di stagione, scegliendo le proteine vegetali a quelle animali e riducendo l’assunzione di carboidrati e grassi. Ovviamente, una sana alimentazione deve essere associata ad una corretta attività fisica, che stimoli non solo il corpo, ma anche la mente.

Infertilità e l’utilità dell’ecografia pelvica

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Avere un figlio è una grande gioia, ma, a volte, non è per niente facile. Troppo spesso sentiamo di coppie apparentemente sane che non riescono ad avere un bebè a causa di ostacoli non conosciuti, poiché si iniziano ad avere i primi sospetti di infertilità solo nel momento in cui si palesano delle complicazioni per quanto concerne il concepimento.
Come ben sappiamo, alle donne è consigliato eseguire una visita di routine all’anno dal proprio ginecologo, quindi spesso si viene a conoscenza degli eventuali problemi di concepimento ancor prima dei tentativi. All’uomo, invece, non sono dati gli stessi consigli, ed è per questo che a volte è troppo tardi.

Con il termine infertilità s’intende l’incapacità di ottenere una gravidanza dopo 12 mesi di rapporti regolari mirati al concepimento. Tuttavia, si sono verificati casi in cui coppie hanno concepito un figlio anche dopo 24 mesi di tentativi, quindi, molti preferiscono parlare di infertilità solo al decorrere dei due anni.
Le cause che portano a tale condizione possono essere molteplici ed interessano entrambi i sessi. Tracciare una stima dei diversi fattori d’infertilità è abbastanza complicato, poiché i dati riguardano solo le coppie che si rivolgono ai centri per la procreazione assistita e non sull’intera popolazione. In base al Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita i dati raccolti sono i seguenti:

  • Infertilità maschile il 29,3%
  • Infertilità femminile il 37,1%
  • Infertilità maschile e femminile il 17,6%
  • Infertilità idiopatica (quando il medico non ha potuto determinare la causa dell’infertilità della coppia) il 15,1%
  • Fattore genetico il 0,9%

Perché l’ecografia pelvica è utile?

Mediante l’ecografia pelvica è possibile lo studio della vescica e della prostata nei pazienti di sesso maschile e dell’utero e delle ovaie nelle pazienti di sesso femminile. L’obiettivo è di visualizzare il funzionamento e la morfologia di questi organi, al fine d’individuare le potenziali masse atipiche.
Attraverso uno studio continuo dei pazienti, il medico sarà in grado di ottenere un referto completo: monitorando tutte le fasi del ciclo (in caso di infertilità femminile) ed eseguendo ripetute ecografie pelviche, si potrà definire un quadro completo per comprendere l’eventuale problematica che comporta l’infertilità

Cos’è l’ecografia pelvica?

L’ecografia pelvica è un esame diagnostico non invasivo, che consente di ottenere immagini delle strutture presenti nello scavo pelvico, quali vescica urinaria, genitali e prostata. Attraverso questa visita è possibile studiare potenziali masse anomale, al fine di poter intervenire tempestivamente qualora il caso lo richiedesse, adottando le giuste terapie di riferimento. L’ecografia pelvica permette lo studio dettagliato di ogni caso clinico relativo alla zona sottostante l’addome e può essere eseguita sia dalla donna sia dall’uomo, ad opera rispettivamente del ginecologo e dell’urologo. La visita è compiuta a vescica distesa e necessariamente piena, senza urinare fino a quando l’indagine ecografica non è terminata. Durante l’esame il paziente è fatto distendere su un lettino in posizione supina e dopo aver applicato un gel per favorire il passaggio degli ultrasuoni, si procede alla visita. La durata media è di 15- 20 minuti, non è dolorosa e non comporta rischi, poiché non sfrutta radiazioni ionizzanti, ma onde a ultrasuoni, non udibili dall’orecchio umano ed innocue per l’organismo.
Si può eseguire la visita pelvica anche durante il periodo mestruale, sta al medico la decisione di rinvio della prestazione qualora il ciclo mestruale provocasse delle modifiche morfologiche ad utero ed ovaie, alterando la corretta valutazione dell’esame stesso.

L’ecografia pelvica non rappresenta l’unico esame valido, ma esistono altre visite da eseguire sotto consiglio medico per accertare pienamente una possibile infertilità.

Si può prevenire l’infertilità?

La ricerca medica ha evidenziato un ruolo sempre crescente di fattori psico-sociali d’infertilità maschile e femminile, legati allo stile di vita (problemi di peso, vita sedentaria, ecc…), all’età tardiva della donna al momento di avere un figlio, all’uso di droghe, all’abuso di alcol, all’inquinamento e al fumo.

In particolare, l’infertilità maschile deriva principalmente dalle alterazioni del liquido seminale, composto di una parte cellulare (spermatozoi) ed una liquida. Il fattore determinante la fertilità sono proprio gli spermatozoi, che devono avere particolari caratteristiche: devono essere in numero adeguato e avere una corretta motilità. Altro fattore, anche se non sempre decisivo dell’infertilità, è il varicocele, ossia l’ingrossamento della vena del testicolo che può essere corretta tramite chirurgia, ma ha effetto solo se eseguito prima dei 30 anni.

Invece, le cause d’infertilità femminile sono fortemente legate ad alterazioni anatomiche o funzionali che si verificano negli organi della riproduzione (ovaio, tube, utero). Per quanto riguarda il livello ovarico, le cause sono riscontrabili nell’anovulazione, ossia quando l’ovaio non è in grado di garantire l’ovulazione, oppure nell’amenorrea (assenza del ciclo mestruale), provocato dalla sindrome dell’ovaio policistico, dallo stress o da situazioni di menopausa anticipata.
L’infertilità provocata dall’alterazione delle tube, invece, si manifesta quando le stesse possono essere occluse, parzialmente aperte o dislocate. Le patologie tubariche possono essere causate da infezioni e da endometriosi.
Infine, le cause uterine d’infertilità sono generalmente le malformazioni dell’organo, la presenza di fibromi all’interno della cavità, le infezioni del canale cervicale o la cattiva qualità del muco del canale vaginale.

Per prevenire l’infertilità di coppia è consigliabile fare attenzione alle infezioni, avere un corretto peso-forma e non fumare. Per la donna, non allungare i periodi di attesa per il concepimento di un figlio, giacché dopo i 30 anni si manifesta un calo significativo della riserva ovarica; per l’uomo, invece, è importante evitare indumenti troppo stretti, e anche proteggersi dal sole, poiché il caldo può danneggiare gli spermatozoi.

Novità e sviluppi nella lotta contro i tumori

lotta contro il cancro

Con il termine cancro (o tumore) s’indica, in medicina, una neoformazione tumorale, ossia una massa abnorme di tessuto estraneo alla naturale struttura dell’organismo, originata dalla proliferazione di cellule anomale. La neoformazione tumorale, durante la sua crescita, comporta un danno alle strutture anatomiche all’interno delle quali si sviluppa e, il più delle volte, va ad attaccare e distruggere anche le strutture sane limitrofe. L’elemento caratterizzante del cancro è la rapidità con cui si diffonde, originando metastasi, cioè la diffusione delle neoformazioni tumorali in una sede differente da quella di origine.

Ogni anno, in Italia, si scoprono circa 1.000 nuovi casi di cancro e in riferimento ai dati pubblicati dall’ISTAT, nel 2013 (ultimo anno di riferimento al momento disponibile), si sono verificati poco più di 176.000 decessi attribuiti al tumore, divenendo la seconda causa di morte (29% dei decessi), dopo le malattie cardio-circolatorie (37%).
Dal momento in cui il tumore inizia a svilupparsi e a crescere in modo esponenziale, difficilmente è intercettato dalla persona affetta, perché i primi sintomi si manifestano solo quando la massa cancerosa ha raggiunto dimensioni considerevoli.

Data la molteplicità di tipologie di tumori che colpiscono l’uomo, è difficile stilare una lista definita di tutti i possibili sintomi. Tuttavia, è importante che s’imparino a riconoscere dei segnali meritevoli di approfondimenti, come:

  • inspiegabili perdite di peso;
  • dolori localizzati;
  • stati febbrili ricorrenti;
  • mal di testa frequenti con vomito;
  • rigonfiamenti insoliti;
  • presenza di noduli al seno o in altre zone.

Tutte queste caratteristiche concernono i tumori maligni; invece, quelli benigni crescono in modo più lento e non si diffondono in altre parti del corpo. Tuttavia, è importante sapere che alcuni tipi di tumori benigni, col passare del tempo, potrebbero tramutarsi in neoplasie maligne.

L’importanza di una vita sana

Individuare le cause scatenanti del cancro è particolarmente complicato data la varietà di tumori. Tuttavia, adottando uno stile di vita sano è possibile diminuire le possibilità d’avvento patologico. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) ha stilato nel Codice europeo contro il cancro, tutte le indicazioni da seguire, in particolare:

  • non fumare ed evitare il fumo passivo;
  • evitare il consumo di bevande alcoliche;
  • seguire un’alimentazione sana;
  • mantenere un giusto peso corporeo;
  • svolgere attività fisica;
  • non trascurare la prevenzione.

Ovviamente, un tenore di vita sano non esclude completamente l’avvento della malattia, poiché le mutazioni genetiche che comportano l’insorgere del tumore possono essere causate da fattori diversi, non qualificabili.

Una delle domande più frequenti concerne l’ereditarietà del tumore. A tal proposito, è importante sapere che la maggior parte delle mutazioni che comportano l’avvento dei tumori sono somatiche, ossia intervengono nella stessa cellula somatica (fegato, pancreas, ecc…) che poi diverrà tumore, senza interessare le cellule genetiche. Si comprende, dunque, che non sono ereditarie. Tuttavia, esistono alcuni casi, i cosiddetti “tumori ereditari”, dove le mutazioni sono costitutive, cioè presenti in tutte le cellule della persona. In questo caso, le cellule “malate” si trovano nel DNA e si tramandano di generazione in generazione e quindi l’individuo nasce con un patrimonio genetico potenzialmente tendente all’insorgere della malattia.

Come si diagnosticano e curano i tumori?

Generalmente, l’iter diagnostico inizia sottoponendosi alla visita di un medico di medicina generale, il quale, se lo ritiene opportuno, suggerisce di consultare uno specialista in materia per un controllo più approfondito ed eventuali esami.
L’ecografia, la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata, sono esami molto validi. Nello specifico, la risonanza magnetica, è un esame diagnostico che permette di rilevare in modo dettagliato le immagini del corpo umano, utilizzando solamente onde radio e campi elettromagnetici. Presso Medical Imaging, è possibile eseguire la RM aperta, per ovviare a problemi di claustrofobia e per facilitare la visita, soprattutto per gli anziani e i bambini. Per eseguire la risonanza, il paziente dovrà liberarsi di qualsiasi tipo di oggetto o indumento che contenga metallo, poi, si stenderà sopra un lettino, il quale verrà posizionato tra i poli magnetici. L’esame non provoca nessun tipo di dolore, qualora i pazienti fossero disturbati dai rumori emessi dalla macchina, è possibile usufruire di normali tappi per orecchie o delle cuffie.

Novità nel campo medico

Le ricerche per la prevenzione e la cura del cancro sono in continua evoluzione. Una recente scoperta è pervenuta dal gruppo di ricercatori, che hanno posto il loro interesse su i lisosomi, ossia parti cellulari coinvolti nell’azione di un ampio gruppo di malattie rare. Gli studiosi hanno dimostrato che, in casi particolarmente gravosi, i lisosomi, mediante i loro enzimi, non svolgono adeguatamente il loro compito, cioè di neutralizzare le sostanze di scarto, di conseguenza, tali elementi vanno ad accumularsi nelle cellule danneggiandole. Approfondendo gli studi, si è compreso che i lisosomi funzionano degradando le molecole già utilizzate per trasformarle in energia, rappresentando un’utile risorsa per l’organismo. Dunque, quando gli enzimi non eseguono la loro funzione, le cellule tumorali proliferano. Tale scoperta potrebbe suggerire una nuova strategia terapeutica da adottare nella lotta al cancro.

Un alleato per l’igiene orale: l’apparecchio ai denti

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Una dentatura non allineata rappresenta un disagio che tormenta indifferentemente adulti e bambini, rovinando non solo il sorriso, ma provocando problemi alla corretta masticazione e rendendo l’igiene orale un’impresa problematica. Per fortuna, i denti disarmonici possono essere migliorati mediante specifici interventi ortodontici, tra cui l’utilizzo dell’apparecchio ai denti.
L’apparecchio ortodontico sottopone i denti a determinati spostamenti che, a lungo termine, comportano un miglioramento sia estetico, sia salutare.

Perché mettere l’apparecchio ai denti?

L’apparecchio ortodontico è uno strumento che imprime una forza ai muscoli e ai denti per correggere un errore dentale, scheletrico o funzionale. In questo modo, sottoponendo il dente ad una forza continua e costante, si sposterà nella direzione fissata dalla spinta e si avrà il raddrizzamento di tutta la struttura dentaria. Questo spostamento è dovuto alla plasticità del tessuto osseo.
A seconda della gravità del caso sottoposto e dell’età del paziente, esistono diversi tipi di apparecchi per i denti: fissi, rimovibili, trasparenti, in resina e in metallo. È importante curare i denti non solo per una questione di estetica, ma perché tenere sotto controllo la salute dentale, comporta dei benefici ed elimina anche svariati problemi di masticazione e di mal occlusioni.
Difatti, i problemi più comuni ricollegabili ai denti storti sono:

  • problemi masticatori che di conseguenza favoriscono una male digestione degli alimenti;
  • fragilità dentale che comporta un alto rischio di rottura;
  • difficoltà nella pulizia del cavo orale che favorisce l’accumulo di placca e tartaro, comportando un maggiore pericolo di carie, gengiviti e piorrea;
  • difficoltà a chiudere correttamente le labbra;
  • dolori facciali, mal di testa , difetti posturali, acufene (ronzii alle orecchie).

L’apparecchio ai denti si può mettere anche d’adulti?

Come consigliato dall’AAO, l’Associazione Americana degli Ortodontisti, sottoporre i bambini verso i 4 anni ad una visita da uno specialista in materia, favorirebbe l’intercettazione di potenziali problemi durante la crescita.
Infatti, le cure dentistiche possono essere eseguite già in età pediatrica, individuando il problema in modo da poterlo correggere nell’infanzia. Tuttavia, la cura può essere compiuta anche in età adulta, anche se è richiesta una maggiore professionalità. Eseguire una diagnosi su un paziente adulto è un po’ più complicato, poiché bisogna fare uno studio su una struttura ossea a fine sviluppo scheletrico e, delle volte, ci si trova dinanzi ad una riduzione del supporto osseo causato da un riassorbimento dell’osso o per l’avanzare dell’età. Nonostante ciò, in seguito ad un sondaggio compiuto dalla stessa AAO, l’utilizzo di un apparecchio ortodontico in età adulta rende la vita migliore nel 75% dei casi.
Coloro che hanno deciso di affidarsi ad un trattamento di raddrizzamento dei denti, hanno registrato un miglioramento non solo nello stato di salute ma nelle relazioni professionali o personali.

Per quanto bisogna portare l’apparecchio?

La domanda più frequente posta dai pazienti odontoiatrici, riguarda la durata del tempo che dovranno indossare l’apparecchio per i denti. Purtroppo non è possibile quantificare quale sia il tempo necessario per completare la cura, poiché sono presi in considerazione fattori personali e speciali che interagiscono con la cura. Generalmente la durata minima è di sei mesi, mentre per i casi più complessi da durata varia a seconda della gravità del problema.

Quali visite bisogna fare prima dell’installazione?

Per conoscere lo stato di salute dei denti e salvaguardarli, è opportuno sottoporsi a periodiche visite dentistiche per prevenire problematiche più serie che richiederebbero interventi più specifici con la chirurgia.
Mediante l’ortopanoramica, esame radiologico che consente di ottenere immagini dei denti, delle ossa mascellari e mandibolari e delle arcate dentarie, il dentista può vedere lo stato di allineamento dei denti, la presenza di eventuali carie, cisti o riassorbimenti ossei. L’esame è fondamentale per lo studio che eseguirà il medico, in base al quale deciderà il trattamento da impiegare per la cura odontoiatrica.
L’ortopanoramica è funzionale non solo per le fasi preparatorie ad interventi odontoiatrici, ma anche per la valutazione della dentizione nei bambini, per le diagnosi di malformazioni e lesioni ossee, infiammazioni o tumori. Durante l’ortopanoramica, al paziente sarà richiesto di stare in piedi poggiando il mento su apposito sostegnoe di mordere un supporto di plastica, in modo da evitare movimenti della testa.
Per svolgere l’esame non è richiesta nessuna preparazione e di solito la durata è di pochi minuti. È importante però, rimuovere ogni elemento metallico (piercing, orecchini, apparecchi acustici) che potrebbe falsare l’esame. La panoramica dentale non è dolorosa, ma come per ogni esame che emette raggi X, è consigliabile per le donne in stato di gravidanza informare l’operatore, che provvederà di conseguenza.

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Se sei alla ricerca di un centro diagnostico per un’ortopanoramica, rivolgiti a Medical Imaging. Il nostro centro è a Curti (Caserta) in Via Nazionale Appia, 28, ed è possibile prenotare qualsiasi esame anche direttamente in sede. Se impossibilitati nel recarsi presso il centro, è possibile telefonare allo 0823 843087 oppure compilare il modulo di prenotazione online.

Morbo di Parkinson, nuove possibilità per una cura

Parkinson: diagnosi e possibili cure

Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa, lenta e progressiva, legata al controllo dei movimenti e dell’equilibrio. La malattia deve il nome al dottore inglese James Parkinson che per primo pubblicò nel 1817 un rapporto dettagliato del morbo nel suo trattato An Essay on the Shaking Palsy. Questa è una malattia appartenente al gruppo di patologie conosciute come “Disordini del Movimento”, rappresentando, tra le varie, la più frequente. Il morbo è presente in tutto il mondo, colpendo entrambi i sessi con una maggiore prevalenza in quello maschile. Generalmente l’età media d’inizio patologico è intorno ai 60 anni, ma si possono verificare anche casi di esordi giovanili tra i 21 e i 40 anni.

Le unità interessate della malattia sono situate in aree del cervello molto profonde, conosciute come gangli della base, i quali si occupano principalmente della corretta esecuzione dei movimenti. L’esordio della malattia si ha quando la produzione di dopamina nel cervello decresce vigorosamente in seguito alla degenerazione di neuroni all’interno di una specifica aria chiamata “sostanza nera”. Contemporaneamente,dal midollo fino al cervello, si manifestano accumuli di una particolare proteina definita alfa-sinucleina. Secondo vari studi, molto probabilmente è proprio l’accumulo di questa proteina che comporta la diffusione della malattia in tutto il cervello.

Parkinson: sintomi e diagnosi

Per diagnosticare il morbo di Parkinson, il neurologo formula una relazione diagnostica analizzando la storia clinica del paziente, dei familiari e i sintomi presenti.
Il Parkinson è una malattia che colpisce principalmente il movimento, comportando sintomi motori, come il tremore, la rigidità, la bradicinesia (lentezza dei movimenti) e instabilità dell’equilibrio. Tuttavia, può provocarne anche di “non motori” legati a problemi neuropsichiatrici che comportano alterazioni dell’umore, del comportamento e del pensiero.
Per quanto riguarda i sintomi motori, il tremore è quello più evidente, anche se non è presente in tutti i pazienti; talvolta, si manifestano sintomatologie atipiche che rendono difficile diagnosticare la presenza del morbo. Il tremore, che si manifesta con oscillazioni di 5-6 movimenti al secondo, si nota particolarmente quando la persona è a riposo, ossia non compie movimenti e può peggiorare nelle situazioni di stress emotivo. Inizialmente potrebbe interessare solo un unico arto (braccio o gamba), divenendo successivamente bilaterale.

La rigidità comporta un aumento involontario del tono muscolare e di solito compare da un lato del corpo provocando una sensazione di disagio. La progressiva riduzione di oscillazione mentre si cammina è un segno evidente dell’avvento della patologia, infatti, interessa maggiormente i muscoli del collo, degli arti e delle spalle.

La bradicinesia è un’altra caratteristica della malattia che provoca un rallentamento nella pianificazione e nell’esecuzione dei movimenti e dei gesti. Provoca l’alterazione della maggior parte delle azioni quotidiane come lavarsi, mangiare, cucire e scrivere.

Infine il disturbo dell’equilibrio è un sintomo che colpisce l’asse del corpo e si presenta in una fase più progredita della malattia. In questo caso, il soggetto avverte una riduzione dei riflessi di raddrizzamento, non riuscendo più a correggere volontariamente la postura. La riduzione dell’equilibrio aggrava la possibilità di caduta, comportando ulteriori problematiche al soggetto interessato del morbo.

Come già anticipato, il Parkinson può provocare anche disagi neuropsichiatrici. I disturbi cognitivi sono generalmente presenti nelle fasi iniziali della patologia, degenerando con il progressivo aumento del morbo. Atteggiamento tipico di questo disturbo è il rallentamento nella pianificazione, nella formulazione di pensieri astratti e l’alterazione della memoria, soprattutto per le notizie apprese. Una persona affetta da Parkinson mostra anche problemi di depressione, ansia e apatia.

Il morbo di Parkinson è ereditario?

La malattia di Parkinson non è ereditaria e, salvo alcuni casi eccezionali con forte predisposizione genetica, la malattia non si trasmette in famiglia da genitori a figli. Oltretutto è importante sapere che la predisposizione non è l’unico elemento scatenante della malattia, bensì è necessario l’intervento di altri fattori esterni strettamente legati allo stile di vita vissuto dal potenziale paziente. Questa teoria è avvalorata dalla presenza di numerosi gemelli discordanti, anche monozigoti, che pur avendo lo stesso patrimonio genetico non hanno sviluppato entrambi la malattia.

Quali sono le cause del Parkinson?

Nonostante sia stato diagnosticato la prima volta nel 1817 e si sono susseguite negli anni varie teorie sulla sua causa, nessuna di queste è stata mai provata. Tuttavia, la teoria maggiormente accreditata sostiene che la causa è legata alla degenerazione di alcune zone del sistema nervoso centrale, dove viene prodotta la dopamina, artefice del controllo dei movimenti corporei. Altri studi hanno esposto la possibilità che il morbo sia scatenato da uno o più fattori ambientali: infatti, alcuni casi hanno visto l’esordio del morbo in soggetti dipendenti da sostanze stupefacenti o che abbiano contratto una particolare influenza dopo un’epidemia del 1918. Ancora, è stato riscontrato un aumento delle probabilità in quei soggetti residenti in zone rurali o che abbiano subito traumi celebrali.

Come si diagnostica il Parkinson

Il Parkinson è diagnosticato generalmente da un neurologo che valuta lo storico genetico e i sintomi del paziente. Di solito, ai potenziali pazienti vengono somministrati dei farmaci anti-Parkinson per valutare come risponde il corpo a questo test. Altri strumenti possono aiutare lo specialista per la formulazione di una diagnosi, individuando la presenza nel cervello di strutture chiamate “corpi di Lewy”, considerate caratteristiche tipiche del morbo.
Ad oggi, purtroppo non esiste ancora una cura definitiva capace di sconfiggere il morbo e di ristabilire le demenze motorie e cognitive. Solamente quando la patologia inizia ad aggravarsi, i dottori prescrivono ai pazienti un amminoacido intermedio, capace di sanare gli equilibri di dopamina nel cervello. Nei casi particolarmente gravi è stato notato che un intervento chirurgico al cervello riesce e lenire i sintomi senza eliminare però il morbo.

La diagnostica del morbo di Parkinson è fondata su una visita neurologica, comprendente anamnesi iniziale, ossia specifiche domande al paziente e ai suoi familiari, seguita poi da uno studio dei sintomi che il soggetto manifesta mediante l’esecuzione di un esame neurologico. La visita neurologica permette di individuare le eventuali patologie che possono colpire il sistema nervoso centrale o periferico. Durante l’esame, il neurologo può analizzare il senso di equilibrio e di orientamento del soggetto esaminato, la reazione degli occhi in seguito a degli stimoli visiti, i riflessi e le funzioni autonomiche che controllano le funzioni vitali.La visita neurologica non richiede nessuna preparazione specifica. Sulla base delle notizie recepite, il medico poi provvederà a dare una diagnosi di riferimento, decidendo il piano d’intervento che il paziente dovrà eseguire.

Come si sta muovendo la medicina?

Dopo un decennio di blocco, finalmente è giunta una buona notizia per i malati di Parkinson. L’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) ha approvato sul mercato la diffusione della safinamide, una molecola capace di migliorare le sintomatologie del Parkinson È stata una scelta importante poiché si è capito che dopo anni, i soggetti affetti da morbo e curati con l’amminoacido non ottenevano più giovamento in quanto il cervello non riusciva più ad utilizzare bene la dopamina che veniva prodotta. Invece, l’aggiunta di questo farmaco al trattamento fa aumentare i tempi ON (dove il paziente riesce da solo a vestirsi, lavarsi, mangiare ecc) di almeno un’ora nell’arco di una giornata, riducendo quelli OFF (rigidità, tremore), migliorando la capacità di svolgimento delle attività quotidiane con relativa diminuzione della sintomatologia motoria.
L’introduzione della safinamide è sicuramente uno spiraglio di luce per i pazienti e per i medici che sono così motivati nel credere ancora nella ricerca.

Come si cura la sindrome del colon irritabile?

Sindrome del colon irritabile

Il colon è un organo collocato nella sezione terminale dell’apparato digerente: è caratterizzato da proporzioni leggermente diverse dall’intestino tenue, rispetto al quale appare più corto e largo.
Al contrario di quest’ultimo, inoltre, il colon non svolge un ruolo determinante ai fini dell’assorbimento dei cibi, ma provvede in maniera elettiva alla sintesi di acqua, sale e vitamine liposolubili.
La sindrome del colon irritabile, nota anche con l’acronimo “IBS” è una patologia relativamente diffusa alla quale è legato un disturbo tendenzialmente cronico che interessa buona parte delle funzioni dell’apparato gastrointestinale. Nello specifico, la sindrome coinvolge sia il colon che l’intestino tenue, determinando alcune alterazioni motorie, dolore e, talvolta, secrezioni di liquidi.
Tra le conseguenze più evidenti e diffuse della malattia si evidenziano gonfiori addominali, aerofagia, diarrea e stitichezza.
Si calcola che una percentuale compresa tra il 10 ed il 15% dell’intera popolazione adulta sia afflitta dalla sindrome del colon irritabile.

Quali sono i sintomi del colon irritabile?

La sintomatologia connessa al presentarsi della sindrome del colon irritabile è piuttosto ricca ed articolata: il dolore e lo sconforto addominale sono solitamente i primi sintomi a rendersi evidenti in seguito al verificarsi della patologia. In particolare, i dolori sono solitamente da attribuirsi alla variazione dei fenomeni di evacuazione, che tendono a perdere di regolarità e a far alternare fasi diarroiche e stitichezza. Il tempo tende, spesso, a variare la sintomatologia, accentuando o attenuando l’intero complesso dei sintomi o solamente alcuni di questi.
Tra le conseguenze della patologia occorre citare anche il gonfiore, la sensazione di pienezza e l’aerofagia. La sindrome comporta la frequente presenza di muco giallastro nelle feci.

Come si manifesta?

Le condizioni che possono lasciar presagire la presenza della patologia e che rendono consigliabile il consulto medico possono essere un repentino dimagrimento, febbre, anemia, sangue nelle feci e dolori addominali.

Da cosa è causato?

Le cause dell’IBS non sono ancora state ufficialmente accertate: appare comunque evidente come siano influenti alcuni aspetti genetici, traumatici e psicologici sulla comparsa della patologia.
Tra le cause sono da citare anche il disordine alimentare, lo stress, l’emozione o la presenza nel paziente di infezioni gastrointestinali o di alterazioni ormonali. Ha, infine, una certa rilevanza riguardo alla comparsa della sindrome del colon irritabile sui soggetti di sesso femminile anche il ciclo mestruale.

Esistono dei fattori di rischio anche per il colon irritabile?

Tra i fattori di rischio riconosciuti come elementi in grado di porsi alla base dello sviluppo della patologia, è opportuno citare la presenza di eventuali movimenti anomali dell’intestino, l’iperalgesia viscerale, la gastroenterite batterica o virale e la sindrome da proliferazione batterica.

Colon irritabile e dieta: cosa non mangiare

Naturalmente, l’osservazione di una dieta equilibrata e basata su alimenti sani può aiutare a ridurre drasticamente le conseguenze connesse alla comparsa della sindrome del colon irritabile: in primo luogo è d’uopo evitare pasti troppo abbondanti o, al contrario, periodi di digiuno. E’ utile bere molto e cercare di mangiare con calma, masticando molto e, se possibile, ad orari sempre similari.
E’ sconsigliata l’assunzione di cibi che potrebbero accentuare la sintomatologia, come salumi, formaggi e carni rosse. A questi alimenti è opportuno preferire carni bianche, pesce e, in genere, cotture facili da digerire.
Occorre prestare attenzione ad alcuni ingredienti tipici degli alimenti preconfezionati: merendine, brioche e biscotti, per esempio, contengono lieviti in grado di accentuare il senso di pienezza e di gonfiore tipico della malattia. Comporta conseguenze non molto dissimili anche l’assunzione in quantità eccessive di pasta, pane e pizze: in linea di massima, per questi prodotti, vale la regola secondo la quale più è lungo il periodo di lievitazione e più aumenta la digeribilità.
In quanto fonte di fibre, anche il consumo di frutta va centellinato: si consiglia di assumere circa 30 grammi complessivi al giorno.

Come curare il colon irritabile?

Alla base della terapia curativa funzionale al trattamento della sindrome del colon irritabile si pone, ovviamente, un consulto medico da ripetersi frequentemente con lo scopo di accertare le evoluzioni della stessa.
Il confronto con il medico, che spesso prevede lo svolgimento di esami specialistici come la colonscopia virtuale, è volto anche ad individuare, mediante la definizione di un rapporto costruttivo tra medico e paziente, quali siano gli stili di vita che determinano l’accentuarsi della sintomatologia connessa alla malattia. Scopo del dialogo è anche definire una linea di condotta equilibrata che includa anche una dieta in grado di contrastare l’avanzare della sindrome e combatterla alla base.
Pur non esistendo uno schema di cura universalmente valido, il trattamento della malattia prevede generalmente la prescrizione di farmaci antispastici, la cui funzione è quella di placare il dolore ed il fastidio addominale, e di antidiarroici. Naturalmente, al contrario, nei casi di stitichezza si tende a sostituire questi ultimi con prodotti lassativi.
Gli ansiolitici permettono di limitare uno dei fattori di rischio principali della malattia ma, al pari degli altri farmaci citati non possono essere assunti per periodi di tempo troppo estesi per non creare dipendenza nel paziente.
Infine, per porre rimedio alle conseguenze psicologiche della sindrome del colon irritabile può essere richiesto il ricorso a farmaci antidepressivi triciclici.

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Se soffri di colon irritabile o sospetti di essere affetto dalla sindrome, rivolgiti ad un medico esperto. Per prenotare una colonscopia virtuale presso il nostro centro di diagnostica per immagini di Curti (Caserta), telefona allo 0823 843087 dal lunedì al venerdì dalle 8:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 19:30. E’ anche possibile recarsi direttamente in sede (Via Nazionale Appia, 28) oppure compilare il modulo di prenotazione online.

Prevenzione tumore alla mammella: cosa c’è da sapere

prevenzione tumore seno

Il tumore al seno è una patologia che tende a risultare particolarmente grave se non diagnosticata e curata con lauto anticipo. Come tutte le malattie analoghe, anche il cancro al seno implica un’incontrollata riproduzione di cellule che si manifesta nel distretto della ghiandola mammaria e comporta la formazione di alcune aree nelle quali le cellule maligne si addensano in una massa.
Contrariamente a quanto erroneamente sostenuto dal senso comune, il tumore alla mammella è uno stato patologico che, sebbene sia prevalente nel pubblico femminile, tende ad interessare in casi sporadici anche l’uomo: si calcola, comunque, che siano poco più del 12% della popolazione mondiale le donne affette da questa malattia. Di queste, una media del 17%, complice una cattiva o non tempestiva diagnosi del male, non riesce a sconfiggere il tumore mediante un apposito percorso di cura. Il tumore al seno maschile si palesa con frequenza decisamente più limitata (0,7%).

Il tumore al seno come si manifesta? Nella maggior parte dei casi non si riscontrano particolari episodi di dolore: sono altresì frequenti noduli e alterazioni del quadrante superiore esterno, spesso percepibili anche attraverso l’autopalpazione. E’ importante prestare attenzione anche alle eventuali modificazioni del capezzolo e alle variazioni cutanee o morfologiche del seno. Per avere la certezza di poter scorgere anticipatamente eventuali sintomi di una malattia è sempre consigliabile una periodica opera preventiva basata sul controllo medico e sull’accertamento mammografico ed ecografico.

Si tende a dividere i tumori al seno in due categorie: quella delle forme invasive e quella delle forme non invasive. Queste ultime possono essere denominate con l’acronimo “DIN”,(includono i Gradi 1A, 1B, 1C, 2 e 3, che identificano atipia epiteliale piatta, iperplasia duttale atipica, neoplasia duttale intraepiteliale ben differenziato, moderatamente differenziato e scarsamente differenziato) o “LIN 1”, “LIN 2” o “LIN 3”, acronimi che sottendono i tre diversi gradi di Neoplasia Lobulare Intraepiteliale.
Tra le forme invasive rientrano il carcinoma duttale, il carcinoma lobulare e i rari casi di carcinoma tubolare, papillare, mucinoso e cribriforme.

Cosa causa il tumore al seno?

Sono numerosi i fattori di rischio che si pongono alla base della formazione del tumore alla mammella. Primo tra i fattori di rischio è l’età: si calcola che ¾ dei pazienti afflitti da questa patologia hanno un’età superiore ai 50 anni. Anche la familiarità gioca un ruolo chiave in una percentuale di donne compresa tra il 5 ed il 7% di quelle a cui questa malattia viene diagnosticata.

Oltre ai fattori di rischio noti e alle mutazioni ormonali, a determinare la formazione e l’infiammazione di noduli e cisti nella zona della mammella possono essere anche alcune variazioni genetiche, in grado da sole di rendere cancerose le cellule sane, attraverso una gestione anomala dei geni oncogeni ed oncosoppressori.

Quali sono i sintomi del tumore al seno?

La diffusa assenza di dolori connessi alla formazione del tumore elegge l’autopalpazione a strumento prioritario atto a procedere ad una sommaria diagnosi relativa ad un eventuale tumore al seno. La presenza di un nuovo nodulo, il più delle volte piuttosto eterogeneo ed irregolare rispetto alle strutture ghiandolari della mammella, è solitamente il primo segno da tenere in considerazione e da sottoporre immediatamente all’attenzione di uno specialista.
Sono sintomi degni di nota anche gonfiori diffusi o localizzati, anche in assenza di noduli percepibili al tatto, irritazioni cutanee, dolori e retrazioni dei capezzoli, arrossamenti, secrezione anomala del latte materno, mutazioni morfologiche e l’anomala morbidezza del capezzolo.
In alcuni casi il tumore al seno può estendersi ai complessi ascellari, causando anomali gonfiori.

E’ stato dimostrato, inoltre, che a favorire l’insorgenza della malattia contribuisce l’eccessivo uso di estrogeni. Sono infine fattori di rischio notevoli anche il fumo e l’obesità. Anche una dieta errata, unita all’assunzione di alcune particolari sostanze spesso contenute in alimenti o prodotti di uso comune contribuisce in maniera significativa ad accrescere le probabilità di contrazione della malattia: un esempio su tutti è quello rappresentato dai parabeni, elementi spesso contenuti nella composizione di base di cosmetici, prodotti per capelli e deodoranti, che, se accumulati nei tessuti, possono essere forieri di formazioni anomale a livello del seno.

Come si diagnostica il tumore alle mammelle?

La mammografia rappresenta la soluzione più veloce ed efficace per addivenire ad una precoce diagnosi del male. E’ consigliabile effettuarla ogni due anni, tra i 50 ed i 69. Il parere di un medico può rendere consigliabile la sottoposizione del paziente a questo esame ad intervalli di tempo più ravvicinati. Per quanti possiedono in famiglia episodi diagnosticati di tumori al seno è consigliabile sottoporsi ad accertamento periodico tramite mammografia a partire dal 40esimo anno di età. In età più giovane, si tende a preferire esaminare il seno attraverso l’ecografia mammaria.

E’ ovviamente raccomandabile far coincidere tali accertamenti ad un controllo senologico approfondito, in concomitanza della quale stabilire l’eventuale percorso terapeutico da seguire per far fronte ad un’eventuale patologia. A seconda della gravità della malattia è possibile curare il tumore attraverso la chemioterapia o la radioterapia o, laddove possibile, avvalendosi di specifiche tecniche chirurgiche.

Prevenzione, gli aspetti fondamentali per essere in salute

Fondamentale ai fini di una diagnosi tempestiva è la prevenzione: i controlli periodici ai quali sottoporre il seno a partire dal quarantesimo anno di età fanno parte del percorso preventivo necessario a ridurre al minimo i rischi connessi al manifestarsi della malattia
Tra una visita e l’altra è altresì raccomandabile provvedere autonomamente alla palpazione dei distretti corporei che sorgono nei pressi delle mammelle, assicurandosi che non vi siano formazioni anomale o sintomi che rendano consigliabile il ricorso preventivo all’osservazione medica.
Affinché il ricorso all’autopalpazione non risulti falsato, è opportuno ripeterlo ogni mese, preferibilmente nel periodo compreso tra il settimo ed il quattordicesimo giorno del ciclo mestruale.

Prenota un’ecografia mammaria a Caserta presso Medical Imaging

Se sei alla ricerca di un centro diagnostico per un’eco mammaria, rivolgiti a Medical Imaging. Il nostro centro è a Curti (Caserta) in Via Nazionale Appia, 28, ed è possibile prenotare qualsiasi esame anche direttamente in sede. Per coloro che non possono recarsi presso il centro, è possibile telefonare allo 0823 843087 oppure compilare il modulo di prenotazione online.

Alzheimer: cos’è e quali chance offrirebbe un vaccino

Vaccino contro l'Alzheimer

L’Alzheimer è la più comune forma di demenza degenerativa, che comporta nel tempo una progressiva invalidità anche motoria. La causa di questa patologia non è ancora ben compresa, si è supposto, tuttavia, che il morbo sia strettamente collegato alla presenza di placche amiloidi nel cervello. Cosicché negli ultimi 20 anni, tutti i trattamenti terapeutici finalizzati alla cura dell’Alzheimer erano stati diretti a limitare la produzione di amiloide β. Purtroppo ad oggi, questi interventi si sono rilevati inefficaci, poiché si è scoperto che la patologia amiloide non è sempre presente nelle persone affette dal morbo. È stato proposto, piuttosto, che la demenza sia conseguenza della patologia tau in assenza di amiloide β.Tale notizia è stata data dal Lancet Neurology, una delle più rinomate riviste mondiali in materia di medicina generale. Il Lancet pubblica articoli ed esami di ricerca ad altissimo livello, in virtù di un continuo aggiornamento scientifico garantito da una rete di collaboratori e professionisti in materia, migliorando le esigenze mediche e spiegando le diverse problematiche che si manifestano nella pratica medica.

Cos’è l’Alzheimer

Il morbo di Alzheimer, come già anticipato, è la più temibile forma di demenza cognitiva che comporta perdita di memoria e di altre abilità intellettuali e motorie. È una patologia progressiva ed irreversibile che si manifesta soprattutto nell’età senile: nelle fasi iniziali, i sintomi sono più ridotti, mentre nella fase avanzata, oltre alla perdita della memoria, avviene anche la perdita della capacità di completare una conversazione o di relazionarsi con il mondo esterno. In alcuni casi, si possono manifestare anche allucinazioni, incontinenze e disturbi alimentari.

Nonostante la grande mole di ricerca, non sono ancora note le cause che innescano la degenerazione del morbo. C’è la tendenza a supporre che i sintomi inizino a manifestarsi in seguito ad una diffusa distruzione di neuroni, provocata dall’amiloide β, la proteina che comporta la formazione di placche e grovigli neurofibrillari. In tal modo, i neuroni sani iniziano a perdere la loro efficacia, fin quando la cellula ormai priva di attività muore.
Probabilmente questa catena è generata da una serie di fattori di carattere genetico e ambientale collegati allo stile di vita intrapreso dal soggetto.

Una recente ricerca eseguita dal Banner Alzheimer’s Institute ha riscontrato in alcuni ragazzi la presenza del morbo, circa 20 anni prima della manifestazione dei sintomi. In questi casi di Alzheimer giovanile, era presente una mutazione del gene presenilina 1 (PSEN 1) che predispone allo sviluppo precoce della malattia.
Generalmente, è difficile dare una diagnosi corretta in presenza di Alzheimer giovanile, poiché si manifestano sintomi atipici. È possibile riscontrare, infatti, disturbi nel comportamento, nel linguaggio o nelle limitazioni delle funzioni esecutive.
Solitamente l’Alzheimer non è ereditario, avere in famiglia persone malate di questa patologia non significa essere destinati a esserlo. Nel caso in cui in famiglia ci sia più di un membro malato di Alzheimer, è possibile parlare di ereditarietà nei figli di genitori affetti.

Quali sono i sintomi dell’Alzheimer

L’Alzheimer è considerata come una delle patologie più insidiose della medicina, poiché quando manifesta i primi sintomi, ormai è già radicata nel cervello ed il progredire del morbo provoca danni sempre più irreversibili. Il sintomo più comune è la difficoltà ad incamerare notizie apprese di recente, perdendo nel tempo anche la memoria storica. I malati possono anche presentare spesso disorientamento spazio-temporale, dimenticando in che luogo si trovino; in altri casi, manifestano anche disturbi nella lettura e nell’individuazione dei colori.
Solitamente, questi sintomi sono accompagnati dal cambiamento dell’umore e della personalità dei soggetti malati: questi ultimi, infatti, possono diventare depressi, ansiosi, confusi e facilmente suscettibili.

Nei diversi anni di ricerca sono stati forniti alcuni consigli da attuare per prevenire l’Alzheimer, come seguire una dieta equilibrata e ricca di antiossidanti, moderare il consumo dell’alcol, praticare attività fisica, tenere sotto controllo i livelli di pressione e colesterolo, ma soprattutto tenere la mente continuamente allenata attraverso relazioni sociali e giochi di logica.

Come si diagnostica e cura l’Alzheimer?

Nonostante i continui anni di ricerca, non esiste ancora un farmaco capace di fornire al paziente l’integrità delle funzioni mentali, ma è possibile solamente rallentare il processo degenerativo del morbo, in quanto interventi sono indirizzati allo studio dei sintomi e alla riduzione di accumulo di placche amiloidi. Attualmente, è in corso un forte intento mondiale nel cercare la soluzione definitiva, capace di impedire l’insorgere della malattia.
Grazie agli sviluppi della scienza, per diagnosticare la malattia è necessario eseguire una risonanza magnetica encefalo, ossia un esame diagnostico che permette di evidenziare i diversi disturbi che si manifestano nell’encefalo. L’esame si effettua entrando, sdraiati su un lettino, nel tubo dell’apposito macchinario; la risonanza avviene senza l’impiego di raggi x, ma utilizzando un campo magnetico e onde di radiofrequenza equivalenti a quelle delle trasmissioni radiotelevisive.
L’esame non è doloroso o pericoloso, qualora i pazienti riscontrassero fastidio causato dalle emissioni acustiche del tomografo, è possibile l’utilizzo di cuffie o tappi per orecchie.

Le possibilità che offre il vaccino anti Alzheimer

Prevenire l’Alzheimer con l’utilizzo di un vaccino è l’intento che si sono prefissati i ricercatori della Flinders University di Adelaide, in collaborazione con l’Institute of Molecular Medicine e l’Univeristà della California. Il nuovo farmaco consentirebbe al sistema immunitario di rilasciare anticorpi in grado di contrastare le proteine amiloidi, per poi trascinarle via dal cervello. Ad oggi, il trial eseguito sulle cavie ha riscontrato effetti positivi, si pensa quindi di poter testare il vaccino sull’uomo tra circa 2/3 anni, una volta completate tutte le ricerche necessarie.