Patologie e diagnosi

Endometriosi: quando fare l’ecografia pelvica?

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L’endometriosi è una patologia che interessa la sola popolazione femminile e che si verifica quando si forma un anomalo accumulo di cellule endometriali fuori dall’utero, determinando dannose infiammazioni dell’apparato sessuale e dolori intestinali.

Le cellule endometriali, attraverso la loro aggregazione, costituiscono il tessuto che riveste l’intero utero e, in concomitanza con i giorni conclusivi del ciclo mestruale, vengono espulse sotto forma di sangue.

La formazione di tessuto endometriale in contesti differenti da quelli fisiologici è una condizione che accomuna il 15% circa della popolazione fertile, concentrandosi in maniera particolare sulle donne di età compresa tra i 25 ed i 35 anni. Sono piuttosto rari invece gli episodi che colpiscono le pazienti durante la fase prepuberale e quella menopausale.

L’endometriosi può localizzarsi in diversi complessi corporei: la forma più diffusa di questa patologia è quella definita “ovarica”, che si sviluppa sotto forma di cisti grandi fino a 10 centimetri.

Le cisti contengono coaguli di sangue mestruale prodotto dalle cellule endometriali, che tendono a ripetere in questo contesto l’azione aggregante che svolgono all’interno dell’utero. Per questo motivo, questo genere di cisti, ricche di contenuto ematico, viene comunemente riconosciuto anche come “cioccolato’’.

Altre sedi comuni di fenomeni endometriali sono il peritoneo pelvico, la vescica, l’uretere e l’intestino. Più sporadici sono i casi che interessano la parete uterina, così come gli organi e i tessuti lontani dal complesso pelvico.


Le principali cause dell’endometriosi

Nonostante l’accuratezza degli studi compiuti nel corso degli ultimi decenni, non è ancora stata accertata la reale causa scatenante di questa patologia: tra le teorie più accreditate figura quella secondo la quale sia possibile che durante la mestruazione, il sangue possa dirigersi dall’utero alla pelvi attraverso le tube di Falloppio, inducendo così le cellule endometriali ad addensarsi sul peritoneo e su alcuni organi pelvici.

Altri studi, invece, tendono a correlare l’endometriosi ad una metaplasia dei tessuti della pelvi, oppure ad una disseminazione cellulare, simile al meccanismo metastatico, che avviene per via ematica o linfatica.

Al pari delle cause che determinano la comparsa della malattia, gli studi non sono riusciti a determinare quale sia la correlazione tra l’endometriosi e la sterilità: in pazienti afflitte da una condizione patologica avanzata, il motivo potrebbe essere legato all’alterazione morfologica degli organi pelvici, che potrebbe essere di contrasto ai normali meccanismi di ovulazione. L’infertilità delle pazienti colpite da forme più lievi di endometriosi è invece probabilmente correlata a fattori immunologici e vascolari.

Quali sono i sintomi dell’endometriosi?

L’endometriosi presenta una sintomatologia abbastanza chiara: nella maggior parte dei casi, infatti, la comparsa della patologia si accompagna a fenomeni dolorosi particolarmente intensi che coincidono con il periodo mestruale e premestruale. Forti dolori possono inoltre verificarsi anche nel periodo dell’ovulazione, concentrandosi anche cronicamente sulla pelvi.

Fastidio e malessere possono verificarsi anche durante i rapporti sessuali e causare un generale senso di stanchezza fisica. Sono piuttosto rari i casi in cui l’endometriosi si sviluppa in forma totalmente asintomatica.

Come si diagnostica?

Il consulto con uno specialista è il primo passo opportuno a prevenire, riconosce e curare l’endometriosi: la scrupolosa anamnesi della paziente rappresenta il primo momento di un processo diagnostico efficiente.

In questa fase è opportuno verificare se la paziente manifesta sintomi riconducibili alla malattia ed eventualmente approfondire le ricerche.

Il secondo step di indagine prevede l’analisi fisica della paziente, funzionale all’identificazione fisica di complessi endometriali nella pelvi. Per approfondire ulteriormente l’esame si procede generalmente all’ecografia pelvica, esame ecografico che permette in pochi minuti di verificare empiricamente la presenza e la localizzazione di tutte le eventuali formazioni cistiche e di valutare le condizioni di salute generali dell’intero complesso pelvico. Casi più complessi, infine, possono richiede lo svolgimento di una risonanza magnetica di pelvi e addome, strumento di diagnosi utile soprattutto nei sospetti casi di endometriosi non ginecologica.

La soluzione più utile all’eliminazione della malattia è senza dubbio l’asportazione chirurgica dell’endometrio attraverso la laparoscopia, processo non invasivo che non intacca l’apparato genitale. La terapia con progestinici, invece, viene solitamente scartata in quanto, pur avendo rapido effetto sulla diminuzione dei dolori, non agisce sulle cause della patologia, che infatti torna quasi sempre a manifestarsi.

Come sempre, hanno un ruolo importante nella lotta alla patologia anche uno stile di vita sano ed un’alimentazione equilibrata.

Chirurgia maxillo facciale: l’esame diagnostico con TAC Cone Beam Dentalscan

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Branca della medicina specializzata nel trattamento delle patologie che interessano il viso ed il cranio, quella maxillo facciale è una specialità chirurgica piuttosto estesa ed eterogenea. Il campo di intervento di questa disciplina, infatti, può spaziare dalle comuni operazioni dentistiche fino alla rimozione di cisti o di tumori presenti nella cavità orali e più in generale in qualsiasi parte del cranio, estendendosi parimenti agli interventi di chirurgia estetica o a quelli di riduzione di fratture della mascella e della mandibola. La chirurgia maxillo-facciale, inoltre, è lo strumento necessario alla riparazione di malformazioni congenite e per il completamento di un trattamento ortognatico.
Per gli interventi più complessi è necessario che il paziente si sottoponga ad una preparazione piuttosto articolata. All’intervento, inoltre, segue un periodo di convalescenza commisurato all’importanza dell’operazione stessa.

Area di intervento della chirurgia maxillo facciale

Il campo di intervento di questa disciplina si estende al trattamento di malattie ed infortuni di cranio, viso, bocca, mandibola, mascella e collo.
Il sempre più avanzato livello tecnologico delle strumentazioni messe a disposizione dei chirurghi permette al giorno d’oggi di garantire un elevato tasso di riuscita alla maggior parte delle operazioni di chirurgia maxillo-facciale.

Chirurgia maxillo facciale: indicazioni su una disciplina articolata e complessa

Le branche mediche correlate alla chirurgia maxillo facciale sono piuttosto numerose: questa disciplina, infatti, abbraccia un raggio di intervento piuttosto esteso ed eterogeneo.
Tra le operazioni di questo genere rientrano:

  • tutte le operazioni di chirurgia dentale ed alveolare, come le estrazioni, le devitalizzazioni, le installazioni di impianti e la cura di ascessi e granulomi;
  •  l’eliminazione di cisti e di tumori localizzati in qualsiasi area del viso, della bocca, della mandibola e della mascella;
  • biopsie;
  • operazioni di chirurgia temporo – mandibolare;
  • la rimozione e la riduzione di fratture che interessano la mandibola e la mascella;
  • le operazioni di chirurgia estetica;
  • gli interventi ortognatici, ossia quelli finalizzati al trattamento di disfunzioni, disallineamenti e alterazioni che riguardano la mascella;
  • la ricostruzione o la modifica di alcune parti del viso;
  • gli interventi di riparazione di malformazioni congenite.

Come ci si prepara?

Il processo di preparazione ad un intervento di chirurgia maxillo facciale è direttamente consequenziale alla specificità ed alla complessità dell’operazione da compiere: naturalmente, gli interventi meno complessi ed invasivi richiedono una preparazione blanda e non invalidante, mentre per tutte le operazioni chirurgiche di maggior complessità è richiesta una preparazione specifica e articolata.
Gli interventi chirurgici più complessi seguono una scrupolosa anamnesi medica, volta a tracciare un quadro esaustivo della storia clinica del paziente. A questa succede solitamente una sessione di esami diagnostici, mediante i quali si procede alla misurazione dei parametri vitali: questa procedura permette di stabilire se il paziente può effettivamente sottoporsi con sicurezza all’intervento che deve subire. Fa parte del processo di preparazione anche un’accurata indagine radiologica, utile al medico per conoscere l’anatomia della zona sulla quale dovrà successivamente intervenire.

Buona parte delle operazioni maxillo facciali richiede anche la sospensione dei trattamenti farmacologici a base di antiaggreganti e anticoagulanti. Questa prassi fa capo alla necessità di ridurre il rischio di emorragie e viene richiesta anche prima dello svolgimento di operazioni semplici e poco invasive.

Il digiuno completo è invece una misura richiesta solitamente solo prima dell’esecuzione di interventi complessi e parecchio invasivi che richiedono la sedazione totale o un’anestesia parziale accompagnata da una forte sedazione.

Chirurgia maxillo facciale: la diagnosi

Le varie fasi del percorso diagnostico precedente ad un intervento di chirurgia maxillo facciale possono essere scandite dall’impiego di una Tac Cone Beam Dentalscan, un dispositivo che sfrutta le migliori tecnologie oggi disponibili per offrire un esame preciso e dettagliato dello stato di salute dell’intero cranio.
Questo genere di macchinari permette di perfezionare lo studio delle articolazioni temporo – mandibolari e di elaborare un’immagine in 3D di tutti i complessi analizzati: con questa tecnologia è dunque possibile agevolare l’indagine diagnostica dell’intero complesso cranico e facilitare di conseguenza lo svolgimento di qualsiasi intervento di natura curativa, implantologica o estetica.
La tac cone beam si esegue in pochi minuti e permette la valutazione clinica contemporanea dei tessuti molli e delle strutture scheletriche.

Ematuria: l’ecografia pelvica per controllare il sangue nelle urine

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Con il termine “ematuria” si è soliti riferirsi ad una condizione patologica che si manifesta con la presenza di sangue nelle urine.
Questo fenomeno, a seconda della gravità di ogni singolo caso, può presentarsi sotto forma manifesta o in maniera più subdola: in quest’ultimo caso, la presenza di tracce ematiche nelle urine non è visibile all’occhio umano e necessita di esami microscopici  ed un’ecografia pelvica in grado di evidenziare la presenza di globuli rossi nel sedimento urinario.

Cos’è l’ematuria?

A determinare la formazione di sangue nelle urine è generalmente la presenza in un qualsiasi segmento del tratto urinario di un’anomala quantità di globuli rossi: questa condizione determina la fuoriuscita di sangue dal canale urinario durante la minzione. A rendere preoccupante un fenomeno di ematuria è che il sangue è una sostanza estranea alla normale composizione dell’urina: a determinare questa condizione è solitamente la presenza di una sedimentazione di globuli rossi nei reni, negli ureteri, nella vescica o nell’uretra.
L’ematuria è classificata come macroscopica quando si presenta in maniera evidente, mentre viene definita microscopica quando richiede esami specifici per manifestarsi chiaramente.

Come si manifesta l’ematuria?

L’ematuria può rendersi manifesta attraverso episodi più o meno frequenti: episodi isolati tendono nella maggior parte dei casi a risolversi senza problematiche particolari, mentre ematurie più ricorrenti possono essere il sintomo evidente di una patologia ormai avanzata.
Si definisce “ematuria franca” la condizione nella quale il soggetto clinico riscontra una tonalità rossastra ed un aspetto torbido delle proprie urine: in questo caso il sanguinamento in corso è solitamente di notevole portata.
L’ematuria “a lavatura di carne” è più lieve, mentre quella contraddistinta da un colore più scuro, simile a quello del marsala o della Coca Cola, è solitamente associata ad un pregresso sanguinamento.
È inoltre possibile che durante la minzione il soggetto espella piccoli coaguli di sangue, che, però, data la loro composizione semi solida, non possono alterare il colore delle urine. Alcuni pazienti possono ravvisare la presenza delle urine solo all’inizio e alla della minzione: in questo caso è facile immaginare un’origine prostatica o uretrale della patologia.

Buona parte delle ematurie si sviluppa in seguito ad una lieve infezione dell’apparato urinario e tende a risolversi in poco tempo e senza dolore o altri disturbi collaterali. Le condizioni non benigne sono invece possibili sintomi di un grave disturbo a carico degli organi vitali: l’ematuria, infatti, può essere determinata da una malattia dei reni o da un tumore.
Per questo motivo, il manifestarsi di episodi del genere richiede sempre un pronto controllo clinico in grado di evidenziare la natura reale del problema.

Colore e aspetto delle urine: quando preoccuparsi

L’urina prodotta normalmente dai soggetti sani presenta un colore giallo paglierino: come detto, l’alterazione delle caratteristiche cromatiche del liquido espulso durante la minzione, soprattutto se accompagnato a dolori e malesseri di vario genere, può essere il sintomo evidente di un’ematuria in corso. L’urina, però, può presentare un colore rossastro anche in altre circostanze: questo fenomeno, infatti, può essere il risultato dell’assunzione prolungata di alcuni farmaci contenenti fentoina, fenacetina, ibuprofene, metildopa e rifampicina, o di alcuni particolari alimenti, come le barbabietole.

Nelle donne il fenomeno può presentarsi parallelamente alla comparsa delle mestruazioni.

Le cause dell’ematuria

Le cause in grado di determinare l’insorgere dell’ematuria sono molteplici: tra queste è possibile citare cistite, infezioni, prostatite, iperplasia prostatica benigna, tumori maligni, calcoli, malattie renali, traumi dell’apparato unitario e rottura di cisti.

Ematuria e sintomi

La patologia può presentarsi in forma asintomatica o accostarsi allo sviluppo di una sintomatologia precisa, che include solitamente disturbi irritativi, difficoltà durante la minzione e l’alterazione cromatica dell’urina. A questi sintomi si possono associare la sensazione di urgenza minzionale, febbre, brividi e bruciore.

Quali esami eseguire

Il percorso di diagnosi richiesto dall’ematuria parte sempre con l’esame delle urine. Nel caso in cui l’accertamento non fornisse sufficiente precisione, è necessario approfondire l’indagine clinica mediante un’ecografia pelvica.
Mediante questo esame è possibile monitorare con precisione lo stato di salute della vescica, della prostata, dell’utero e delle ovaie, evidenziando alterazioni morfologiche, infezioni e malformazioni.
Per il corretto svolgimento dell’ecografia pelvica è necessario riempire la vescica: per questo motivo, le norme di preparazione allo screening prevedono che il soggetto non urini per le due ore precedenti al controllo medico e che beva in quantità sostenute acqua, the o camomilla.
L’ecografia pelvica non comporta particolari effetti collaterali: è comunque necessario interfacciarsi con uno specialista prima di sottoporsi a questo genere di esame.

Perché è davvero necessaria la medicina di genere?

medicina di genere

La recente apertura della medicina allo studio di nuove e più efficaci tecniche diagnostiche e terapeutiche ha aperto la strada all’introduzione della “medicina di genere”, nuova frontiera che apre l’intero settore ad un approccio mirato e totalmente personalizzato al trattamento del paziente.
Con la diffusione della medicina di genere si instaura dunque nel contesto della relazione medico – paziente un nuovo e più efficace modello di cura “sartoriale”. Questo criterio, che da qui a dieci anni potrebbe rappresentare il fulcro sul quale far ruotare l’intero impianto diagnostico della medicina moderna, si modella intorno alle specifiche caratteristiche del paziente, considerando in maniera particolare elementi come la sua età ed il suo sesso.

Alla base dell’introduzione di questo nuovo modello di riferimento si pone la consapevolezza di dover adattare l’intero percorso terapeutico ad ogni soggetto, tenendo conto delle congenite differenze tra uomini e donne. A questo parametro base deve inoltre intrecciarsi la valutazione di altre informazioni collaterali utili a perfezionare il trattamento del paziente, come età, peso e stile di vita. Tutto ciò potrà permettere nel tempo di affrancarsi da terapie e diagnosi standardizzate per lasciar spazio alla definizione di trattamenti sempre più precisi e mirati.

Uomini e donne: differenze sostanziali

Uno dei distretti corporei che distingue in maniera maggiore uomini e donne, determinando la necessità di definire diverse tecniche di approccio diagnostico e terapeutico, è il plesso cardiaco: la popolazione di sesso maschile, per esempio, ha reagito in maniera diversa alle campagne di prevenzione per infarto e ictus attuate dagli anni ’70 fino al 2000, mentre per le donne i risultati non si sono rivelati altrettanto efficaci. Le malattie cardiovascolari, inoltre, tendono a colpire con maggior continuità le donne over 50, rappresentandone la prima causa riconosciuta di morte.
A rendere particolarmente complessa la diagnosi delle malattie cardiovascolari delle donne è la frequente assenza di una sintomatologia chiara e specifica, che espone i soggetti di sesso femminile a subire complicazioni tendenzialmente più gravi. Sicuramente una visita con cardiologo ogni due o tre anni può essere d’aiuto.

Donne e uomini: sintomi diversi

Una donna infartuata spesso non presenta sintomi uguali a quelli di uomini afflitti dalla medesima patologia: il pubblico femminile, per esempio, tende a non lamentare dolore cardiaco, spesso sostituito da fenomeni di astenia, fiacchezza e pallore. Tendenzialmente la malattia insorge in età più avanzata rispetto a quella degli uomini.
Conoscere le differenze per identificare i pericoli
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, numerose patologie tipicamente femminili possono colpire anche gli uomini, con conseguenze anche parecchio serie. Un esempio tipico è quello dell’osteoporosi, patologia diagnosticabile tramite MOC che tende a colpire anche la popolazione maschile insorgendo subdolamente: negli uomini con accertata osteopatia, la mortalità nei primi sei mesi è quasi doppia rispetto a quella delle donne. Tipico è anche il caso del tumore alla mammella: questa patologia, relativamente comune tra le donne, può infatti essere contratta anche dagli uomini che, pertanto, devono sottoporsi ad un adeguato ciclo di accertamenti preventivi per scongiurare l’insorgenza della malattia.

Come diagnosticare tempestivamente il tumore al seno?

Per ottenere una diagnosi precisa e tempestiva del tumore al seno è opportuno monitorare costantemente la salute di questo delicato distretto corporeo, sottoponendosi ad una prevenzione scrupolosa basata su controlli periodici programmati.
Per le donne, la prevenzione dovrebbe iniziare a partire dai vent’anni, procedendo periodicamente all’autopalpazione del seno oppure tramite visita senologica nel caso in cui l’esame presentasse un risultato anomalo. È opportuno affiancare al monitoraggio individuale anche frequenti controlli ginecologici, test genetici e visite senologiche periodiche.

Dopo i 50 anni diventa molto importante affidarsi a visite specialistiche: l’ecografia mammaria oppure la mammografia, per esempio, dovrebbero essere ripetute almeno una volta ogni due anni, in affiancamento ad ulteriori accertamenti personalizzati da concordare con il proprio medico curante. Utile ai fini di un eventuale processo diagnostico è anche la risonanza magnetica ad alto campo, strumento fondamentale allo scopo di monitorare lo stato di salute dei vari tessuti interni.

Sia per gli uomini che per le donne è opportuno, a scopo preventivo, adottare uno stile di vita sano che non contempli l’abuso di alcol e di farmaci. Utile a scongiurare il rischio di una neoplasia è anche l’adozione di una dieta completa ed equilibrata.

Le malattie dell’apparato cardiocircolatorio: quando il cardiologo è fondamentale

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L’apparato circolatorio è costituito dal sistema di organi deputati al pompaggio e alla circolazione del sangue e della linfa verso tutte le zone del corpo.
Gli organi costitutivi dell’apparato cardiovascolare forniscono inoltre alle cellule tutti gli elementi necessari al loro sostentamento. L’organo centrale del sistema circolatorio è naturalmente il cuore, che ha lo scopo di pompare il sangue verso gli altri distretti corporei attraverso i canali rappresentati dai vasi sanguigni e da quelli linfatici.
Fondamentali per la salute e l’efficienza dell’apparato cardiovascolare sono anche i connessi organi emopoietici e linfatici, ossia quelli deputati alla sintetizzazione sistematica degli elementi costitutivi del sangue e della linfa.
E’ il cardiologo il medico responsabile della salute del nostro apparato cardiaco, ma vediamo meglio insieme di cosa si tratta.

Il cuore: l’organo della vita

Come detto, il cuore è l’organo più importante dell’intero sistema cardiocircolatorio: la sua struttura è quella di un muscolo cavo, mentre la sua funzione è quella di dettare il ritmo del pompaggio del sangue e della linfa verso tutto il corpo.
Il cuore è formato da un tessuto, definito miocardio, a sua volta rivestito da una membrana particolarmente resistente: il pericardio.
Posto al centro della gabbia toracica, il cuore umano gestisce una circolazione comunemente definita “doppia e completa”: in sostanza, ognuno dei due emisferi costitutivi di quest’organo lavora in maniera totalmente autonoma, con lo scopo di separare il flusso venoso da quello arterioso.

Le principali malattie dell’apparato cardiovascolare

L’apparato cardiocircolatorio può essere soggetto, in presenza di fattori di rischio di disparata natura, ad alcune malattie piuttosto serie.
Le aritmie cardiache, per esempio, si verificano quando il ritmo con il quale avviene il pompaggio del sangue non segue una cadenza regolare: quando il pompaggio avviene troppo rapidamente si parla di tachicardia, quando è lento di brachicardia. Alla base di questo disturbo si pone un malfunzionamento del sistema “elettrico” del cuore, che non riesce più a gestire in maniera armonica il ritmo di lavoro alternato di atri e ventricoli.

L’infarto del miocardio è una delle principali cause di mortalità improvvisa: questa condizione si verifica in concomitanza con una necrosi di un tessuto che si ritrova sprovvisto dell’adeguato rifornimento di sangue e ossigeno proveniente dalla circolazione arteriosa. La definizione “infarto del miocardio” sottende nello specifico la presenza di una necrosi determinata da un’ostruzione coronarica.

L’ipertensione arteriosa è una condizione cronica in cui si verifica una pressione delle arterie più elevata rispetto alle normali condizioni fisiologiche: questa condizione, che accomuna 1/5 della popolazione adulta, è piuttosto diffusa e altrettanto pericolosa. Nella maggior parte dei casi, infatti, questo killer silenzioso non si manifesta con sintomi evidenti ma tende a degenerare in complicazioni gravi che, se non opportunamente previste e trattate, possono condurre anche alla morte.

Piuttosto diffuse, ma spesso poco considerate, sono le malattie che interessano le valvole cardiache: le quattro valvole di cui è munito il sistema cardiovascolare hanno lo scopo di gestire la portata dei flussi in funzione delle specifiche necessità dell’organismo e di garantirne l’unidirezionalità. Il malfunzionamento di questi organi, piuttosto comune nella popolazione anziana, è in grado di compromettere gravemente il funzionamento dell’intero apparato cardiocircolatorio.

La trombosi venosa profonda, infine, è la condizione patologica grave che si verifica in concomitanza con la formazione di un trombo all’interno della vena: questa patologia colpisce in maniera particolare il flusso venoso degli arti inferiori. Talvolta i coaguli che si formano nel sangue possono staccarsi ed essere condotti fino ai polmoni: in questo caso si verifica un’ostruzione grave: l’embolia polmonare.

Il ruolo del cardiologo per essere in salute

La figura del cardiologo ricopre un ruolo di fondamentale importanza per la prevenzione ed il trattamento di qualsiasi malattia che interessa l’apparato circolatorio.
Sottoporsi a periodiche visite di controllo è una necessità per qualsiasi soggetto, anche se privo di sintomi riconducibili ad una forma patologica: naturalmente i controlli devono intensificarsi ed accrescere di numero in presenza di fattori di rischio e di pregresse accertate cardiopatie.
Gli accertamenti più comuni in cardiologia, tra quelli impiegati sia a scopo preventivo che nel contesto di un trattamento curativo, sono l’elettrocardiogramma (anche sotto sforzo), l’holter, l’ecografia e l’ecocolordoppler.

A monte, è opportuno prevenire la comparsa delle più diffuse patologie cardiologiche conducendo una vita sana che contempli una dieta equilibrata e una frequente attività fisica commisurata all’età e alle specifiche caratteristiche atletiche del soggetto.

Lussazione congenita, quando fare l’ecografia alle anche del neonato

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La lussazione congenita è una patologia altresì nota come “displasia dell’anca”: questa condizione, identificata anche con gli acronimi LCA e DCA comporta uno sviluppo anormale delle articolazioni dell’anca durante l’età fetale. Nella fattispecie, la testa del femore dei soggetti interessati dalla malattia, tende ad allontanarsi dalla cavità acetabolare determinando conseguenze fisiche che, se non opportunamente trattate, possono evolversi durante i primi anni di vita e causare effetti invalidanti. Il suo carattere progressivo classifica la lussazione congenita come una malattia evolutiva.

Incidenza e sintomi della displasia dell’anca

La displasia dell’anca è una condizione che accomuna una percentuale di feti che oscilla tra lo 0,7 ed il 2,5%. Di questi, il 30% è colpita dalla forma bilaterale della malattia.
Tra i segnali che possono lasciar supporre che un feto sia afflitto dalla lussazione congenita figura lo “scatto in entrata”, caratteristica che è possibile riscontrare con l’esecuzione della Manovra di Ortolani o di quella di Barlow, procedure in seguito alle quali è possibile procedere all’attuazione di un eventuale intervento di riallocazione del femore nell’acetabolo.
Prima della deambulazione, è possibile identificare nell’asimmetria delle pliche dei glutei e nell’extrarotazione dell’arto altri due segnali chiari della malattia. Successivamente, gli indizi riconducibili alla sublussazione cronica dell’anca possono essere identificati nella contrattura degli adduttori, nel segno di Galeazzi e nel segno di Trendelemburg. Nell’adulto, infine, sono segnali di estrema importanza la comparsa di iperlordosi lombare, il ginocchio valgo e il femore nel neocotile.
In base alla sua gravità, la displasia delle anche viene catalogata secondo una scala di valori riassunta dalla Classificazione di Dunn.

La diagnosi ed il trattamento della lussazione congenita

Per poter diagnosticare la sindrome della lussazione congenita è necessario avvalersi dell’ausilio della medicina per immagini: l’ecografia anche neonato, nello specifico, permette di ottenere un quadro chiaro della salute del soggetto esaminato.
Questo accertamento è praticamente obbligatorio per tutti i neonati che presentano fattori di rischio o che hanno ricevuto una risposta positiva dall’attuazione delle manovre di Barlow o di Ortolani. Se opportunamente e tempestivamente diagnosticata, la patologia può essere risolta entro i primi giorni di vita con alcuni brevi cicli di terapia.

Ecografia alle anche neonatale: quando farla?

Come detto, una diagnosi rapida e puntuale accresce in maniera consistente le possibilità di attuare una terapia efficace in grado di ridurre al minimo i rischi di conseguenze future per la mobilità del bambino. L’ecografia, in questo senso, rappresenta uno strumento di grande importanza, in quanto permette di pervenire anzitempo all’identificazione del problema e alla determinazione di un calibrato trattamento terapeutico.
L’ecografia alle anche è un esame che sortisce il suo massimo risultato tra il secondo ed il terzo mese di vita del bambino.

Come si svolge l’ecografia fetale o neonatale alle anche?

L’ecografia è un accertamento diagnostico sicuro, efficace ed indolore: questa pratica non comporta alcun rischio per la salute del bambino, né prima, né dopo la sua nascita.
Parimenti, l’esame non causa conseguenze significative nemmeno nella gestante che si sottopone all’accertamento.
Per lo svolgimento dell’ecografia alle anche è necessario che la gestante (nel caso in cui l’esame interessi il feto) o il bambino siano collocati su un apposito lettino. Qui, dopo aver cosparso il distretto corporeo da osservare mediante l’impiego di un apposito gel, il paziente viene sottoposto all’azione di un sondino esterno che capta e trasmette delle immagini nitide e piuttosto definite ad un vicino monitor, mediante il quale il medico può tracciare la propria diagnosi.
Per aiutare il neonato a mantenere durante lo screening medico una postura adatta ad agevolare l’accertamento, è talvolta necessario l’ausilio di un divaricatore.

Ernia del disco diagnosi e trattamento

Ernia del disco diagnosi e trattamento

Ernia del Disco: cos’è

L’ernia del disco è una condizione patologica che interessa gli anelli intervertebrali, ossia i piccoli cuscini che hanno il compito di ammortizzare tutti i movimenti e le forze che di sviluppano tra una vertebra e l’altra.
Normalmente questo disturbo scaturisce in risposta ad un trauma che comporta la fuoriuscita dell’anulus dal nucleo del disco, arrecando dolore e, talvolta, difficoltà motorie.
Questa condizione clinica comporta malesseri di diversa entità, che possono determinare disturbi e dolori, anche cronici. I trattamenti da seguire per la gestione e la cura dell’ernia discale necessitano di uno studio specifico e mirato che permetta di calibrare il percorso terapeutico o chirurgico in funzione delle peculiari condizioni di ogni paziente.

Ernia al disco: i sintomi

Non sempre l’ernia al disco si presenta mediante una sintomatologia precisa e manifesta. I casi più evidenti sono accomunati da sintomi quali dolori lombari, dorsali, cervicali o vertebrali e da deficit motori di entità connessa alla gravità della condizione patologica.
Nello specifico, i disturbi tendono a scaturire anche dalla compressione delle strutture nervose del canale vertebrale, come il midollo spinale e le radici. Talvolta, la compressione midollare causata da un disco irritato può ripercuotersi negativamente sullo stato di salute dei complessi vascolari, causando un danno ischemico.

La diagnosi ed il trattamento dell’ernia al disco

L’indagine diagnostica inizia sempre dall’esame fisico del paziente: in questo contesto, attraverso apposite manipolazioni, è possibile identificare con esattezza la sede iniziale del dolore e valutare la qualità dei riflessi e la sensibilità del paziente. Questo primo esame permette altresì di tracciare un primo quadro relativo alle condizioni dei muscoli presenti nel distretto esaminato.
A seconda della sua gravità l’ernia del disco può essere trattata in maniera diversa: i casi meno gravi, per esempio, suggeriscono un approccio terapeutico conservativo, basato sul riposo e sulla fisioterapia, o chirurgico mini-invasivo. Stadi intermedi, contraddistinti da una gravità più elevata ma non preoccupante, possono invece rendere necessario l’intervento in microchirurgia o l’impiego di tecniche manipolative specifiche. Per i casi più gravi sono invece necessari interventi mini-invasivi funzionali all’installazione di una protesi o operazioni radio-interventistiche con ozonoterapia.
Di norma l’atteggiamento conservativo accompagna il trattamento dei casi clinici più recenti: di solito, infatti, dopo la rottura dell’anulus fibroso, il nucleo polposo del disco inizia a disidratarsi, causando una riduzione del dolore e rendendo possibile il ricorso ad infiltrazioni peri-radicolari.
La patologia presenta una notevole tendenza alla recidiva: alcuni pazienti, pertanto, tendono a non risolvere in maniera definitiva questo problema, anche se curati in maniera adeguata e perfettamente efficace.

Tac lombosacrale: quando farla?

Diagnosticare precocemente l’ernia discale è il primo passo per avviare un processo terapeutico o chirurgico realmente efficace: in quest’ottica la tac si pone come uno degli strumenti di diagnosi più sicuri ed utilizzati per la prevenzione, la gestione e la cura di patologie che interessano l’intera regione lombosacrale. La tac lombosacrale è indicata sia per la valutazione di traumi da impatto che per lo studio di eventuali patologie di carattere degenerativo, come ernia del disco, spondilolistesi e spondiloartrosi. Questo tipo di esame è richiesto anche in caso di sospetti parenchimi, linfonodi e tumori.
La tac è sconsigliata alle donne in gravidanza, mentre può essere svolta serenamente dai portatori di pacemaker e dai soggetti cardiopatici.
L’impiego di macchinari di nuova concezione, contraddistinti da una struttura aperta, permette anche ai soggetti affetti da claustrofobia o da difficoltà motorie di sottoporsi allo screening medico senza alcun problema.

Come si svolge ad una tac lombosacrale?

La tac lombosacrale non è invasiva né dolorosa: è necessario che il paziente si sdrai su un lettino e si sottoponga all’azione dei macchinari. Durante lo svolgimento della tac il lettino può ruotare, scorrere o traslare per agevolare la produzione delle immagini.
Non è richiesta al paziente una specifica preparazione, a meno che l’esame non richieda l’impiego del liquido di contrasto: in questo caso è necessario il digiuno di almeno 6 ore.

Calcoli renali: cosa sono, quali sono i sintomi e come si diagnosticano

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I calcoli renali sono delle formazioni minerali che, depositandosi nel tratto urinario, lo ostruiscono. La calcolosi delle vie urinarie scaturisce dall’aggregazione di sostanze come calcio, fosfato ed ossolato, che, combinandosi tra loro, danno forma a calcoli di diverse dimensioni.
I suddetti minerali sono normalmente presenti nell’urina: a determinare la calcolosi è, in linea di massima, la sovrapproduzione di questi minerali, e di conseguenza il loro accumulo: è ovvio che tra le cause dei calcoli gioca un ruolo di primaria importanza l’alimentazione del soggetto. Tra i fattori di rischio figura anche l’età del paziente, specie se abbinata ad un’insufficiente assunzione di liquidi: bere molto, infatti, è la prima arma che ogni soggetto può utilizzare per scongiurare il rischio di una calcolosi. I liquidi, infatti, permettono letteralmente di sciogliere i minerali presenti nelle urine e di favorirne l’espulsione, impedendo i ristagni. Anche il livello di acidità dell’urina è un parametro da tenere continuamente sotto controllo, così come la presenza di fattori congeniti ed ereditari in grado di favorire il profilarsi della patologia. In ultimo, rientrano tra i fattori di rischio anche alcune disfunzioni tiroidee, infezioni alle vie urinarie, malattie dei reni e disturbi metabolici.
Sono numerose le malattie dei reni che possono avere un’influenza più o meno accentuata sulla comparsa e sulle proporzioni di una calcolosi: pelonefrite, glomerulonefrite, sindrome nefrosica, diabete, insufficienza renale, tumori ed idronefrosi sono le più comuni tra queste.

Quali sono i fattori di rischio per i calcoli renali?

La calcolosi delle vie urinarie è una patologia che tende a colpire in maniera prevalente la popolazione maschile. In generale questa problematica accomuna il 3% degli italiani e può essere, come detto, la diretta conseguenza di uno stile di vita errato ma anche, di fattori ereditari in grado di determinarla. Tendenzialmente, infatti, in una famiglia in cui si annoverano parecchi casi pregressi di soggetti affetti dalla calcolosi delle vie urinarie, è più facile sperimentare nuovi episodi tra le generazioni più giovani.

Calcoli ai reni: sintomi della calcolosi delle vie urinarie

La sintomatologia è solitamente piuttosto chiara: i soggetti affetti da calcolosi tendono a riscontrare difficoltà durante la minzione, dolore e nei casi più gravi sanguinamento.
Tra i sintomi più comuni è possibile riscontrare anche coliche piuttosto violente e talvolta invalidanti.

Diagnosticare i calcoli renali con RX diretta renale

Per la diagnosi di una calcolosi è necessario il consulto con un nefrologo: il confronto con lo specialista, infatti, è la prima tappa di un processo di indagine clinica che può richiedere di essere approfondito mediante l’impiego di una RX diretta renale.
Questo tipo di accertamento è definito “diretto” in quanto non richiede l’ausilio del mezzo di contrasto: questo screening permette di esaminare in maniera dettagliata ed approfondita tutta la regione addominale, compresa l’area dei reni e della vescica. Propedeuticamente allo svolgimento dell’esame il medico specialista è solito sottoporre il paziente ad una specifica dieta, mirata ad eliminare dall’intestino l’aria che disturberebbe il corretto svolgimento della radiografia.
La terapia da seguire per l’eliminazione dei calcoli dipende strettamente dalle proporzioni della patologia: la presenza di calcoli inferiori ai 4 millimetri, per esempio, non è considerata preoccupante, in quanto queste scorie possono essere facilmente espulse durante la minzione. In questi casi, dunque, è sufficiente provvedere ad un’abbondante idratazione per risolvere alla base il problema.
Quando i calcoli presentano invece dimensioni maggiori è opportuno ricorrere ad una terapia basata sulle onde d’urto: queste ultime, infatti, aiutano a sgretolare i calcoli di medie dimensioni per agevolarne la successiva eliminazione. Questo processo, noto come litotrissia può avvenire mediante una lieve incisione o con l’impiego di sondini o raggi laser.

Check-up completo: ogni quanto richiederlo al medico

quando fare il check up

Quando si parla di screening medico non sempre è chiaro capire quali controlli dovrebbe comprendere un check up davvero completo e scrupoloso.
Sottoporsi ad un approfondito controllo periodico in grado di fornire al medico curante una traccia chiara ed esaustiva dello stato di salute dell’intero organismo è una necessità ineludibile per la totalità dei pazienti. Contrariamente a quanto una certa fascia di pubblico sostiene, l’opportunità di sottoporsi ad esami periodici atti a valutare le proprie condizioni fisiche non è una necessità propria solo di quanti soffrono di una patologia accertata da tenere sotto controllo: l’opera di prevenzione, come dimostrato e rimarcato da svariate campagne mediatiche nazionali nel corso degli ultimi anni, è fondamentale per tracciare diagnosi chiare, tempestive e precise e, di conseguenza, per risolvere sul nascere eventuali problemi di salute non ancora manifesti.
Ma cos’è esattamente un check-up medico e quali controlli clinici deve includere?

A cosa serve un check-up?

Il percorso di esami inclusi in un check-up viene svolto su precisa indicazione medica e include un elenco più o meno approfondito di accertamenti mirati.
Generalmente, ogni check up completo include esami generici come il controllo del sangue e delle urine: questi due accertamenti, infatti, sono i primi ad essere impiegati dai medici per ravvisare anomalie che possano essere sintomatiche di una patologia in corso.
Scopo primario di ogni check-up medico è individuare i fattori di rischio in grado di determinare delle patologie, diagnosticare preventivamente malattie silenti o in fase iniziale e prevenire disturbi particolarmente diffusi presso una certa categoria di soggetti.

Quali esami vengono richiesti per un check-up?

Qualora le particolari condizioni del paziente richiedano di approfondire ulteriormente l’indagine clinica, gli esami prescritti dal medico curante possono essere ancor più mirati e specifici: per esempio, per identificare e valutare l’entità di anomalie che interessano l’apparato circolatorio, possono rendersi necessari accertamenti come l’elettrocardiogramma, l’ecocolordoppler arterioso o la risonanza magnetica con o senza mezzo di contrasto.
Altri esami, radiologici e non, possono invece rendersi utili nel percorso preventivo e terapeutico di svariate patologie: ecografia, radiografia, MOC e risonanza magnetica, insieme alla tac, possono per esempio rivelarsi strumenti di estrema efficacia in caso di sospetti casi tumorali che interessano la maggior parte dei distretti corporei. I medesimi tipi di screening sono prescritti per individuare fratture, malformazioni e malfunzionamenti che riguardano il sistema scheletrico, i muscoli e le vie circolatorie.
Rientrano nel percorso di visite periodiche alle quali sottoporsi con regolarità, specie dopo i 40 anni, lo screening di controllo oculistico e quello dentistico.

Per alcune categorie di pazienti è altresì richiesta la periodica ripetizione di alcuni accertamenti specifici: per le donne in età fertile, per esempio, è opportuno sottoporsi con regolarità ad una visita di controllo ginecologica e, laddove richiesti, anche ad esami come l’ecografia pelvica, il pap test e la colonscopia. Per il pubblico femminile, in funzione della prevenzione dei tumori al seno, è necessario sottoporsi periodicamente anche alla mammografia. Sempre a scopo preventivo, è necessaria per gli uomini una ciclica esplorazione rettale ed ecografia prostatica, unita al controllo del dosaggio del PSA, entrambi utili a diagnosticare in maniera tempestiva un eventuale tumore alla prostata.

Ogni quanto eseguire un controllo?

Definire con esattezza ogni quanto tempo effettuare un checkup medico è un’operazione piuttosto complicata: ogni soggetto, in relazione alla sua storia clinica, necessita infatti di seguire un percorso di prevenzione specifico, correlato a sua volta anche ad altri fattori come l’età del paziente, il suo peso ed il suo stile di vita. In ogni caso è opportuno che un soggetto giovane e sano si sottoponga ad accertamenti ed analisi di routine almeno una volta all’anno.
Per i pazienti in possesso di una storia clinica più complessa, invece, è necessario eseguire dei checkup più frequenti e, soprattutto, mirati a ricavare un quadro esatto e preciso relativo all’evoluzione clinica seguita dalla patologia precedentemente diagnosticata.

In ogni caso, indipendentemente dalla cadenza e dalla natura degli esami di controllo consigliati per i periodici check-up ai quali ogni paziente dovrebbe sottoporsi, è fondamentale che questi accertamenti vengano svolti con scrupolo e regolarità: solo attraverso un’opera di prevenzione mirata e costante, infatti, è possibile pervenire a diagnosi precoci e tempestive che permettono di incrementare in maniera considerevole le possibilità di successo di un successivo necessario trattamento terapeutico.

Serve la visita neurologica quando si soffre di insonnia?

insonnia visita con neurologo

L’insonnia è una condizione non patologica che consiste in un reiterato disturbo del sonno che comporta difficoltà di addormentamento e l’alterazione del ciclo sonno – veglia. La privazione del sonno rappresenta una grave mancanza nell’organismo, tant’è che in determinati soggetti, ha un influenza così negativa sulla persona e sulle attività quotidiane, che ben presto chiedono l’aiuto di un neurologo per risolvere.

Caratteristica peculiare del soggetto affetto da questo disturbo è la discontinuità del sonno e la bassa qualità del suo riposo: la maggior parte dei casi tende a manifestare questa condizione in risposta ad una primaria condizione di malessere che la determina.
Esistono due categorie con le quali si è soliti classificare l’insonnia: si definisce insonnia temporanea quella prolungata nel tempo ma dipendente da una condizione fisica o mentale non permanente. Si parla di insonnia temporanea quando il soggetto patisce una scarsa qualità del sonno causata da fattori momentanei come una condizione di dolore fisico o di particolare stress psicologico. L’insonnia temporanea, detta anche primaria, insorge solitamente tra i 15 ed i 30 anni e tende a divenire cronica se non opportunamente curata.
L’insonnia secondaria propone un quadro clinico chiaramente influenzato da disturbi psichiatrici, dall’uso di farmaci, alcol e sostanze psicoattive o da pregresse cause organiche.
Tutti i tipi di insonnia richiedono un periodo minimo di almeno un mese di disturbi prima di essere riconosciute e classificate. In questo senso la visita neurologica rappresenta uno strumento di enorme importanza per ottenere una diagnosi tempestiva ed efficace e, di conseguenza, per attuare in maniera immediata tutte le contromisure utili ad arginare o risolvere il problema.

Insonnia: le cause principali

L’insonnia primaria non è di per sé un aspetto indicativo o collaterale di una condizione patologica: un soggetto può essere naturalmente incline a veder alterata la qualità del proprio sonno in conseguenza ad eventi stressanti o dolorosi in grado di influenzarla. Di solito questa condizione tende a venire meno nel momento in cui la causa scatenante viene risolta.
L’insonnia secondaria è, invece, direttamente connessa ad una seconda causa, ha una durata tendenzialmente molto estesa e può essere causata da malattie, stress, problemi intestinali, apnea e ictus. Questa condizione può altresì connettersi a condizioni fisiologiche particolari, come menopausa e gravidanza e uso o abuso di particolari farmaci e di sostanze come alcol e tabacco.
Naturalmente anche condizioni esterne, come problemi connessi all’ambiente di riposo (rumore, luce, scomodità del letto), possono avere un peso notevole sulla qualità del sonno.

Come si manifesta l’insonnia?

Tra i sintomi connessi al manifestarsi dell’insonnia quello più evidente è la particolare lunghezza del tempo necessario per addormentarsi: si tende a definire lunga una fase di addormentamento che dura più di 30 minuti. Il soggetto affetto da insonnia tende a svegliarsi più volte durante la notte e riscontra difficoltà notevoli per abbandonare la fase di veglia. Comuni a buona parte dei soggetti sono anche un continuo senso di stanchezza, che si palesa soprattutto durante il giorno, gli sbalzi d’umore ed una reiterata sensazione di sonnolenza.

Come può aiutare il neurologo?

La visita neurologica può aiutare a identificare anzitempo le cause che determinano l’insonnia, consentendo così al medico di attuare una terapia efficace in grado di agire direttamente alla radice del problema.
Si può contattare un neurologo dopo aver sofferto di insonnia cronica (quindi almeno per tre mesi): bisognerà portare un “diario del sonno” per un arco temporale di almeno due settimane, in cui saranno registrate le ore di sonno, gli orari di quando si va a dormire o ci si sveglia, le ore svegli e tutti i dettagli necessari.
Nel caso, il medico neurologo, potrà consigliare al soggetto ulteriori visite specialistiche per determinare la presenza o meno della patologia, o per comprendere meglio l’effettivo quadro clinico.